‘Veterani eccellenti’

Aggiornato il: lug 5

Yossi si risvegliò all’ospedale ‘Rambam’ di Haifa, per scoprire che le sue gambe... non erano più lì! Egli iniziò ad odiare tutto e tutti al mondo: odiava l’esercito, il governo Israeliano, i suoi amici, le visite della famiglia ed anche se stesso. Una vita che sembrava distrutta, fino a quell'incontro...

Quello che accadde dopo fu anche più straziante. I suoi amici vennero a trovarlo, cercando di allietarlo con vuote battute e notizie varie, quando era persin troppo evidente, che lo facevano più per compassione che per amicizia. La visita di sua madre e di suo padre fu anche peggio. Sua madre non riuscì neppure a parlare, poiché ad ogni tentativo il pianto glielo impediva. Suo padre, poi, non provò neppure a parlare. Se ne stette lì, senza dire nulla, e quel silenzio era una pura tortura. Poi fu la volta della visita dei suoi superiori, con le loro frasi fatte sul contributo all’onore della patria, ripetute chissà quante volte in casi simili. I suoi fratelli cercavano in qualche modo di incoraggiarlo, dicendogli che certamente gli avrebbero trovato un lavoro e tutto si sarebbe sistemato. Occasionalmente, poi, si affacciava qualche ufficiale, annunciando di quali benefici avrebbe potuto godere, in quanto veterano invalido. In breve, Yossi iniziò ad odiare tutto e tutti al mondo: odiava l’esercito, il governo Israeliano, i suoi amici, le visite della famiglia ed anche se stesso.

Quando poi tornò a casa, le sue previsioni più pessimistiche si avverarono. Niente lavoro, niente amici! Era un mutilato, un disadattato, un oggetto di pietà. La gente non riusciva a guardarlo negli occhi. Il futuro non aveva niente da offrirgli e nessuno veramente se ne preoccupava. Era un fallito. Gli unici con cui poteva parlare erano altri veterani invalidi come lui, ma ciò non gli era di aiuto. Anch’essi erano amareggiati, arrabbiati, depressi e fondamentalmente ormai disinteressati alla vita. In Israele, sopravvive il forte e nessuno ha tempo per eroi di guerra mutilati.

Qualche anno più tardi, venne organizzato un viaggio a New York per veterani invalidi, e Yossi fu uno di loro. Inutile dire che il viaggio fu costantemente accompagnato da commenti sarcastici da parte dei partecipanti; qualsiasi meta interessante non li avrebbe riportati alla normalità e quel ‘cioccolatino’ una tantum non avrebbe compensato le loro vite distrutte. Allora, verso la fine del viaggio, comparve un rabbino nel loro albergo e li invitò a far visita al Rebbe di Lubavich, a Brooklyn. All’inizio vi fu qualche borbottio e qualche risatina; a cosa sarebbe servito adesso? Avrebbe fatto ricrescere loro gli arti mancanti? Quando, però, qualcuno di loro disse di aver sentito apprezzamenti positivi sul Rebbe, tutti furono d’accordo. Dopotutto, non avrebbe potuto nuocere.

Il giorno seguente, una quindicina di chassidìm di Chabad vennero con alcuni autobus a prendere i visitatori che, nel giro di poco tempo, furono tutti trasportati a Crown Heights, la sede centrale del Rebbe, ed introdotti, attraverso una rampa, nella grande sinagoga. Ecco la descrizione che Yossi fa di quell’avvenimento: “Aspettammo per una decina di minuti nella sinagoga, quando all’improvviso entrò un Ebreo sulla settantina, scortato da altri due rabbini, evidentemente i suoi segretari. Subito ci fu silenzio. Nonostante egli camminasse con un’andatura leggera, l’autorità che irradiava da ogni suo passo era un qualcosa che non poteva sfuggire. Passando davanti a noi, egli ci guardò, ognuno di noi individualmente, facendo un leggero cenno con la sua mano, dopodiché si sedette di fronte a noi e ci guardò nuovamente e più intensamente. Nessuno si mosse. Da pieni di amarezza, battute pessimiste e commenti sarcastici che eravamo, dal momento stesso della comparsa del Rebbe, passammo al più completo silenzio. Quel momento di silenzio, nel quale egli ci guardò, fu corto ed allo stesso tempo lungo. Corto, poiché durò solo pochi istanti, ma, d’altro canto, esso comprese in sé il mondo intero. Egli guardò ognuno di noi velocemente, ed ognuno di noi ebbe la stessa medesima percezione: un Re ed un leader ci stava guardando. Egli possedeva un’autorità più elevata di quella di chiunque avessimo mai incontrato, più di qualsiasi altro generale o primo ministro. Un vero Re.

In quel momento fummo consapevoli del fatto che egli ci sentiva e sapeva cosa ognuno di noi aveva passato. Questo stesso fatto fu per noi una sensazione nuova. Io, per esempio, negli ultimi tre anni dopo l’incidente, non avevo mai avuto la sensazione che qualcuno mi capisse veramente o cogliesse quello che mi stava succedendo. Ed ecco, qui a New York, incontro una persona che solo per come mi guarda, mi dà la sensazione di essere un Re, il cui sguardo e mezzo sorriso sono sufficienti a farmi sentire, che egli sa esattamente a che punto sono e cosa ho passato. Egli è con me al cento per cento, e sente ogni mio sentimento, compresi quelli dei quali neppure io sono cosciente.

A quel punto il Rebbe iniziò a parlarci in Ebraico. Egli cominciò con lo scusarsi per il suo accento non israeliano, ed il suo sorriso, quando disse ciò, catturò ognuno di noi. In un istante, l’attitudine generale si trasformò da amarezza e sarcasmo a sorrisi e, persino, gioia. Egli entrò quindi in argomento. Aveva qualcosa da dirci e non riguardava il nostro dovere di essere religiosi o altre cose simili, come ci aspettavamo. Egli parlò invece dell’appellativo usato nei nostri confronti di ‘invalidi’ (nechìm), esprimendo la sua ferma opposizione a quel termine. ‘Voi, infatti, non siete invalidi’, egli disse. ‘Piuttosto, quello che appare come segno di invalidità è di fatto segno di distinzione e di eccellenza. Per questo, invece che ‘Veterani Invalidi’ dovreste essere chiamati Veterani ‘che si distinguono’, ‘Veterani Eccellenti’. Il Rebbe continuò a parlarci in questo modo per una decina di minuti e, non so come, disse esattamente le parole giuste, al momento giusto.

Alla fine il Rebbe diede un dollaro a ciascuno di noi. Egli si fermò, strinse la mano, diede un dollaro e rivolse alcune parole ad ognuno di noi, uno per volta. Guardai il suo viso, quando si avvicinò a me e, cosa posso dirvi, mi sentii come un bambino. Quando fu davanti a me, mi guardò diritto negli occhi, prese la mia mano fra le sue, la strinse forte e disse una sola parola. ‘Todà’ (grazie). Una sola parola! Ma era la parola che per anni avevo aspettato di sentire, ed in un attimo mi guarì da tutta l’amarezza che mi aveva accompagnato fino ad allora. All’improvviso, sentii che non era solo lui, ma tutti gli Ebrei che sono vivi o che mai hanno vissuto a dire ‘grazie’. All’improvviso sentii che ero qualcosa di veramente speciale; avevo realmente aiutato il mondo intero. Ebbene, quella parola cambiò la mia vita. Scoprii improvvisamente nuove energie, che non avevo mai saputo di avere, neppure prima dell’incidente. Smisi di auto-commiserarmi ed iniziai a vivere. Nel giro di un anno mi sposai, iniziai a lavorare come falegname in un negozio ed il resto è storia. Cosa posso dire, oggi sono un ‘chabàdnik’! Se una parola del Rebbe ha potuto guarirmi, ridandomi la vita, perché non dovrei dedicare la mia vita a far sentire bene gli altri, allo stesso modo?!”

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