Una svolta decisiva

Aggiornato il: lug 8

In viaggio verso la verità'. La storia di un miracolo, in cui il giovane Gaj ha sentito di essere stato preso per mano da D-O e accompagnato, passo per passo, nella sua via di ritorno....a casa.

Gaj Efraim aveva appena completato i suoi tre anni di servizio militare, e, come tanti giovani Israeliani, aveva deciso, insieme ad alcuni amici, di ‘prendere respiro’, andando alla ricerca di nuove esperienze in paesi lontani e sconosciuti del Lontano Oriente, dove fosse possibile allargare  i propri orizzonti. Nel suo girovagare, arrivò in Tailandia, dove si spostò di villaggio in villaggio, tenendosi lontano dal chiasso delle grandi città. Gaj amava la pace e la quiete, cosa che lo spinse a girare per lo più da solo, con il suo zaino ed il suo bastone.

         Per tre anni andò alla scoperta di nuovi mondi. Un bel giorno arrivò in un’isola, di una bellezza particolare, dalla quale per tre mesi non si spostò. Si arrangiò dormendo in un bungalow, fra le rocce della spiaggia, e mangiando quel che capitava. Ogni giorno rimaneva seduto per ore sulla spiaggia, scrutando il mare blu e ascoltando il frangersi delle onde, che arrivavano a bagnargli i piedi. I suoi pensieri vagavano di qua e di là, portandolo in ogni posto immaginabile.

          Cercò risposte nella meditazione ed in altre vie di ricerca spirituale, cui le tempeste interiori, che si scatenavano nella sua anima, lo spingevano. L’unica cosa alla quale non pensò fu il suo popolo, il suo Ebraismo, la sua terra. Egli era giunto in paesi così lontani, proprio per scappare e dimenticare tutto ciò che avesse a che fare con un paese in cui  il terrore regnava, dove troppe cose non andavano come dovevano. Non era strano, quindi, che emotivamente avesse tagliato fuori tutto ciò che gli ricordava la casa, compreso la famiglia e gli amici. Pur essendo ormai lontano da casa da più di tre anni e mezzo, aveva contattato i suoi genitori solo pochissime volte, l’ultima delle quali era stata non meno di cinque mesi prima.

           Gaj si accomodò nella posizione più adatta alla meditazione, ed iniziò a respirare profondamente, fissando il suo sguardo su di un punto lontano. Il sole stava quasi tramontando, quando uno strano oggetto, trascinato dalla onde, raggiunse la sabbia, andando a rotolare proprio accanto ai suoi piedi. Gaj allungò una mano per afferrare l’oggetto e lo esaminò. Si trattava di un sevivòn (trottola), un sevivòn Ebraico, con le quattro lettere, ai quattro lati! Si sentì come se un fulmine lo avesse colpito. Un sevivòn era ‘approdato’ vicino ai suoi piedi, in quella spiaggia abbandonata della Tailandia. Era assurdo. Cosa ci faceva lì un sevivòn, in un posto dove non vi era nemmeno un dottore Ebreo!?

           Gaj fissò il sevivòn, rigirandolo in tutti i versi. Si ricordò dell’ultimo sevivòn che aveva visto, al tempo dell’asilo, e anche della menorà. Rimase lì seduto, perso nei suoi pensieri, anche quando la notte fu già calata e una fredda brezza faceva rabbrividire la sua pelle sotto la leggera maglietta. Tornato al bungalow, i suoi pensieri lo riportarono a casa, in Israele, a suo padre, a sua madre, ed improvvisamente sentì l’irresistibile impulso di chiamarli.

           Sua madre fu estremamente emozionata nel sentirlo: “Gaj! Felice Chanukkà! Che bello, che chiami proprio adesso. Tuo padre sta accendendo in questo momento la menorà.” Gaj non poté parlare, neppure quando suo padre prese la cornetta per chiedergli come stava.  Era semplicemente sbalordito. “Oggi è Chanukkà?”, furono le uniche parole, che alla fine riuscì a pronunciare. Suo padre non capiva il suo silenzio. Gaj, nel frattempo, tolse il sevivòn dalla tasca. Per lui questo era più che sufficiente. La cosa andava bel al di là di una semplice coincidenza. Si sentì come se qualcosa lo guidasse, la stessa cosa che aveva cercato di ignorare e per la quale aveva cercato sostituti, che la rimpiazzassero. Dopo la conversazione telefonica, egli uscì nuovamente, raccolse una grande foglia di banana ed una noce di cocco, e con esse costruì in qualche modo una piccola menorà. Riuscì a procurarsi anche delle candele e, quando tutto fu pronto, le accese. Era una luce Ebraica, quella che illuminò il posto ed il giovane assorto, che le stava di fronte. Un turista, che passò in quel momento, rimase a guardare con occhi spalancati quella strana scena, di cui non capiva il significato. Non poté trattenersi, alla fine, dal domandare il significato di quelle candele. Gaj allora spiegò che si trattava del ricordo di una vittoria. “Quale vittoria?”, chiese il turista. “La vittoria degli Ebrei sui… Romani!”, rispose Gaj, nella sua ignoranza. “Oh,” mormorò allora il turista, alzando le spalle con sorpresa, “anch’io sono di Roma.”

          Il giorno seguente, nello stesso posto ed alla stessa ora, guardando la ‘Spiaggia del Sevivòn‘, come l’aveva chiamata, Gaj decise di tornare a casa e di iniziare a studiare la propria religione. Dopotutto, forse c’era qualcosa  in tutto ciò. Prima di tutto, si recò al Beit Chabad per Israeliani in Tailandia, dove, sotto la guida di rav Wilhelm iniziò il suo approccio con l’Ebraismo e con i Lubavich. Pochi mesi dopo, Gaj sedeva in una Yeshivà Chabad a Gerusalemme, facendo i suoi primi passi nel mondo della Torà e cercando di riguadagnare il tempo perduto. Oggi Gaj è sposato con due figli e dirige, con la sua famiglia, un nuovo Beit Chabad in India, dove centinaia di giovani Israeliani trovano in lui un orecchio pronto ad ascoltarli ed un’anima capace di capirli e di accompagnarli nel ‘viaggio’ alla scoperta della verità.

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