Una relazione più profonda con D-O


Apprezzare la bontà Divina Questi concetti si applicano non solo ai nostri rapporti col prossimo, ma anche a quelli con D-O. Uno dei credo fondamentali dell’Ebraismo è il nostro riconoscimento del bene che D-O ci elargisce costantemente. E anche in questo caso, come avviene riguardo al nostro apprezzamento del prossimo, l’enfasi non è solo sulla dimensione materiale della bontà Divina, ma, ed in maniera anche più profonda, sulla capacità di percepire l’amore e la cura che Egli ci dispensa con infinita larghezza. In questa ottica, ci sarà possibile comprendere meglio la sequenza della parashà Ki Tavò. Essa inizia con la descrizione del precetto riguardante l’offerta delle primizie, i primi frutti che gli Ebrei dovevano portare al Tempio, e continua, poco dopo, parlando di un patto che fu istituito e che riguarda l’intera Torà. Qual’è il nesso fra questi due soggetti? Il precetto delle primizie fu stabilito per dimostrare che noi non siamo degli ingrati nei confronti del bene che D-O ci elargisce, manifestandoGli così il nostro apprezzamento “per averci concesso tutte le benedizioni di questo mondo”. E questo apprezzamento non veniva espresso con il solo ringraziamento verbale, come avviene nella preghiera, ma proprio coi fatti. La persona doveva scegliere le primizie dei suoi frutti, intraprendere un’apposito viaggio per portarle a Gerusalemme, dimostrando così la sua gratitudine a D-O. Non solo, le primizie in questo modo venivano consacrate, indicando così lo stabilirsi di un legame permanente con la santità Divina. Ed è qui che si trova il nesso con la Torà nel suo intero. In un senso più vasto, infatti, ogni aspetto della vita di una persona è in qualche modo paragonabile alle ‘primizie’, ossia ad un modo di esprimere il ringraziamento a D-O per tutta la Sua bontà. Ed in ogni momento, la persona sta di fronte all’Eterno, dimostrando che in ogni elemento della sua esistenza, essa condivide con Lui un legame attivo.

Più che un semplice territorio geografico Come preparazione necessaria a compiere il precetto delle primizie, la Torà ci dice: “Quando sarai entrato (Ki tavò) nel paese che l’Eterno, il tuo Signore, ti dà in possesso ereditario…” La possibilità di offrire le primizie dipende, cioè, dall’ingresso nella Terra d’Israele, il paese del quale è detto: “gli occhi dell’Eterno, il tuo Signore, sono costantemente su di esso, dall’inizio dell’anno fino al termine dell’anno.” Quando una persona entra nella Terra d’Israele e lascia che la Terra d’Israele entri in lei, la sua sensibilità si eleva al punto di poter compiere il servizio spirituale dell’offerta delle primizie, in modo che esso caratterizzi poi tutto il suo approccio verso la Torà nel suo intero, con tutti i suoi precetti. Una dimensione più profonda di questi concetti può essere afferrata, considerando le implicazioni halachiche del termine ‘ki tavò’, che in questo caso vuol dire ‘entrare’. I nostri Saggi spiegano che questo termine implica un significato di ‘entrare completamente’, senza che cioè nessuna parte resti fuori. Un esempio viene dal caso di una persona che avesse contratto impurità, per essere entrato in una casa in cui fosse apparsa una macchia di zaràat, una specie di lebbra che poteva colpire i muri delle case; è scritto: “Chiunque sarà entrato in quella casa… sarà impuro.” Per diventare veramente impura, i nostri Saggi hanno determinato che la persona dovesse entrare nella casa con tutto il suo corpo. Se infatti avesse introdotto solo alcune membra nella casa, senza entrarvi completamente, essa non avrebbe contratto impurità. Così avviene anche per il processo inverso di purificazione. Se si desidera purificare un oggetto, immergendolo in un mikve, esso “deve essere immerso (sarà fatto ‘entrare’) nell’acqua… e tornerà ed essere puro”. Anche in questo caso, l’immersione deve essere completa, in modo che l’acqua copra tutta la sua superficie. La stessa legge si applica ad una persona che, per purificarsi, deve entrare nell’acqua del mikve con tutto il suo corpo, senza che neppure un capello ne resti fuori. Tornando a Ki Tavò, l’ingresso nella Terra d’Israele per portarvi le primizie, secondo quanto detto, significa entrare nel paese nel senso più completo del termine. Per questo, il verso non cita solo l’ingresso nella Terra d’Israele, ma dice anche: “ne avrai preso possesso e là ti sarai stabilito.” Fino a che, infatti, gli Ebrei non presero possesso della Terra d’Israele come loro eredità e non si stabilirono in essa, il loro ‘ingresso’ non fu completo. Solo dopo essersi stabiliti nel paese, l’atmosfera della Terra d’Israele poté penetrare i loro processi di pensiero, in modo tale da consentire loro di provare il giusto apprezzamento, espresso dal precetto delle primizie.

Guardare in avanti, al nostro ingresso nella Terra d’Israele Moshè diede agli Ebrei la promessa di ‘Ki Tavò’, e cioè del loro ingresso nella Terra d’Israele, mentre essi erano nel deserto. Quest’espressione, però, serve come nome ad un’intera parashà della Torà, poiché la promessa che noi entreremo nella Terra d’Israele è sufficiente ad ispirare un impegno verso l’osservanza di tutti i precetti citati nella parashà. Un concetto simile può applicarsi anche al presente. Ci è stato promesso, infatti, che presto noi entreremo “nel paese che D-O… ti dà come possesso ereditario”, condotti dal Re Moshiach. La consapevolezza di questa promessa deve ispirarci a prendere un impegno abbastanza forte, da farci superare le rimanenti sfide dell’esilio. E presto noi porteremo le primizie in offerta a D-O, nel Terzo Tempio, ringraziandoLo così di tutta la Sua benevolenza.

(Adattato da: Likutèi Sichòt, vol. 9, pag. 152; vol. 19, pag. 245; Shabàt parashà Ki Tavò 5750; Sefer HaSichòt 5748, pag. 634; Sefer HaSichòt 5751, pag. 810)

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