Una luce che ispira


Un comando di parlare I concetti di cui si è parlato riguardano la parashà chiamata: Emòr. Emòr è un comando che ingiunge alla persona di parlare. Nel contesto della parashà, questo comando ha un’applicazione immediata: comunicare le leggi riguardanti il sacerdozio. Il fatto comunque che questo termine sia usato come nome di una parashà della Torà, ne indica un significato più vasto: una persona deve parlare. Eppure, noi troviamo che i nostri Saggi consigliano “Parla poco,” (Pirkèi Avòt 1:15) e “Io… non ho riscontrato nulla che sia per l’uomo migliore del silenzio,” (Pirkèi Avòt 1:17), intendendo con ciò che parlare eccessivamente sia una cosa indesiderabile. Noi non possiamo neppure dire che la direttiva “emòr” si riferisca al comando di parlare di Torà, poichè a proposito di ciò vi è un comando esplicito: “E tu parlerai di esse,” che ci incoraggia ad abbondare in parole di Torà. La direttiva “emòr”, invece, si riferisce al parlare delle virtù altrui, come spiegato in precedenza.

Studiare con ‘luce’ I nostri Saggi associano il comando “emòr” all’obbligo dell’educazione dei nostri figli, commentando: “(È scritto:) ‘Parla’ ed (è scritto,) ‘dì loro’. (Perchè una tale ridondanza nello stesso verso?) Per raccomandare gli adulti a proposito dei bambini…  Le’hazir, il termine Ebraico tradotto con ‘raccomanda’ comprende la stessa radice della parola zohar, che significa ‘splendore’. Ciò ci trasmette un’insegnamento fondamentale riguardo l’educazione: essa deve essere caratterizzata da una luce che risplende. In generale ci sono due modi per educare i bambini a respingere comportamenti indesiderabili: enfatizzare quanto essi siano spregevoli, o mostrare l’alternativa positiva. Le’hazìr sottolinea l’importanza di diffondere luce, confidenti nel fatto che “poca luce disperde un grande buio,” e che, risplendendo la luce, si risveglierà la luce interiore che ognuno possiede nella sua anima.

Come la luce accende luce Vi è una dimensione ancora più profonda di questo concetto. In un senso più completo, l’educazione dei propri figli, e per estensione quella di tutte le persone sulle quali possiamo avere un’influenza, non dovrebbe essere vista come un obbligo ulteriore, in aggiunta al nostro servizio Divino, un altro compito che deve essere compiuto, ma piuttosto come una conseguenza naturale del nostro stesso servizio Divino. Quando il servizio Divino di una persona raggiunge un apice elevato ed egli si rapporta agli altri con sentimenti di ahavàt Israel e achdùt Israel (amore e unione del popolo Ebraico), il suo contatto con loro incrementerà la loro crescita personale. La luce che risplenderà dalla sua condotta ispirerà ed educherà tutti coloro coi quali egli verrà in contatto. E questo approccio condurrà all’era in cui “il saggio brillerà come lo splendore del firmamento” e “Israele… lascerà il suo esilio con misericordia.” Possa ciò compiersi nell’immediato futuro.

(Adattato da Likutèi Sichòt, vol. 27, pag. 159; Sefer HaSichòt 5750, pag. 443)

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