Una guarigione prodigiosa

La sua condizione, all’età di quasi novant’anni, era critica: non aveva ripreso conoscenza ed era collegato al respiratore artificiale. "Per suo padre, non c'è ormai speranza! Si prepari al peggio", furono le parole dei dottori. Ma Refael sapeva a chi rivolgersi, e di certo la benedizione del Rebbe lo avrebbe aiutato.

Domenica sera, a casa Cheiruti, il telefono squillò e Refael Cheiruti rispose, lanciando un’occhiata all’orologio. Dall’altra parte del filo: il capo infermiere dell’istituto per anziani, dove vivevano i suoi genitori. Subito, Refael entrò in tensione. “Cosa succede?” L’infermiere lo informò che suo padre, Avraham Cheiruti, aveva perso conoscenza ed era stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Ichilov di Tel Aviv. La sua condizione, all’età di quasi novant’anni, era critica: non aveva ripreso conoscenza ed era collegato al respiratore artificiale.

  

Non restava che precipitarsi all’ospedale, ma prima Refael pensò che, più urgente di tutto, era chiedere una benedizione al Rebbe. Egli infilò la sua lettera nel volume 14 dell’Igròt Kodesh (una raccolta di lettere del Rebbe), ed alla pagina 262 trovò questa risposta: “Ho appena ricevuto notizia dell’operazione e del miglioramento della sua condizione. Che possa continuare così... Il corpo dell’Ebreo è, come dicono i nostri Saggi, un possesso sacro di D-O. Di fatto, il Creatore del mondo ha scelto il corpo fisico (dell’Ebreo) rispetto a tutte le altre nazioni, e l’ha avvicinato a Sé con grande ed estrema compassione... Possiate riferire buone notizie... Una benedizione di guarigione e di buone notizie.” Con questa risposta Refael si sentì rassicurato e fiducioso che tutto sarebbe andato bene: suo padre sarebbe guarito.

 

Refael racconta: “Quando giunsi all’ospedale e chiesi di Avraham Cheiruti, mi domandarono se fossi il figlio ed alla mia risposta affermativa, mio sollecitarono a fare in fretta, se volevo vedere mio padre ancora in vita. La sua condizione, a quanto mi riferirono, era praticamente disperata e ad ogni momento poteva accadere il peggio. Avevano trovato acqua nei suoi polmoni, ma non la causa. Era quindi difficile procedere ad una terapia adatta e l’età avanzata non giocava a suo favore. “È difficile dirlo, ma non c’è molto che possiamo fare!” - mi fu detto - “Conviene che si prepari al peggio...”.

  

Non sapevo più cosa pensare. I medici avevano dato la loro opinione competente, ma il Rebbe si era espresso all’opposto: aveva detto che la condizione sarebbe migliorata e aveva dato la sua benedizione di guarigione e di buone notizie! Vidi mio padre, collegato a vari macchinari, incapace di respirare con le proprie forze. Era terribile vederlo così! Mi sedetti vicino a lui ed iniziai a parlargli. Sapevo che se le sue orecchie non riuscivano a sentirmi, di sicuro la sua anima avrebbe compreso le mie parole. “Papà, hai ricevuto una benedizione dal Rebbe di Lubavich e, con l’aiuto di D-O, starai bene, come ha detto il Rebbe.”

 

In preda ad una grande emozione, iniziai a recitare Salmi, pregando che la benedizione del Rebbe si realizzasse al più presto. Credevo con fiducia assoluta nella benedizione del Rebbe, ma non potevo evitare l’infiltrarsi nella mia mente di pensieri diversi, che tentavano di minare la mia fiducia. ‘Pensa bene e sarà bene’, mi dissi, ‘papà guarirà! L’ha detto il Rebbe!’ Il conflitto interiore si protrasse, mentre la paura cercava continuamente di sovrastarmi. Andai a prendere una foto del Rebbe ed un bossolo per la zedakà (carità), che tenevo in macchina e li posai vicino al letto di mio padre.

  

Trascorsero altre due ore, nelle quali alternativamente recitai Salmi e combattei contro i pensieri negativi. Poi, ad un tratto, avvertii un movimento nel letto. Mi pizzicai per essere certo di non star sognando. Mio padre si muoveva! Mi avvicinai e l’incredibile accadde: mio padre riguadagnò conoscenza! “È presto per entusiasmarsi – disse il dottore – dato che, comunque, il malato non è in grado di respirare spontaneamente, e la sua condizione rimane critica”. Nonostante queste parole, il dottore stesso non riusciva a spiegarsi la ripresa di coscienza di mio padre.

  

Verso mattina, mentre cercavo di riposare un po’, la mia attenzione fu attratta da qualcosa di diverso. Mi avvicinai al letto dove giaceva mio padre e realizzai che... respirava da solo! In preda all’eccitazione, chiamai i dottori, che confermarono la mia impressione. A mio padre fu tolto il respiratore, e fu allora che lo sentì pronunciare alcune parole. Era difficile credere che, poche ore prima, mi fosse stato detto di prepararmi al peggio. Avevo potuto vedere la benedizione del Rebbe realizzarsi davanti ai miei occhi.

 

Raccontai a mio padre cosa fosse accaduto e della benedizione del Rebbe. Egli ne sembrò molto compiaciuto. Col passare delle ore, lo stato di mio padre continuò a migliorare, come aveva detto il Rebbe. I dottori decisero allora di tentare un trattamento per togliere l’acqua dai polmoni di mio padre. Dopo un primo insuccesso, al secondo tentativo il trattamento riuscì, ed anche con relativa facilità. Dopo solo due giorni di ricovero... mio padre fu dimesso dall’ospedale! I dottori mi dissero di non avere spiegazioni. Essi stessi si espressero in termini di “miracolo!” Io sapevo con certezza a cosa fosse dovuto il ‘miracolo’: la benedizione del Rebbe si era compiuta.”

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