Una conversione che fu evitata

La carriera ed il successo avevano portato Hermin in Israele. un viaggio di pochi giorni, che si trasformò in una permanenza più lunga. Tra Hermin e l'Ebraismo con c'era nessun collegamento, eppure...

Hermin Ozeri, direttrice della “Hermin Izùv Iruìm” di Herzelìa, è considerata come ‘l’organizzatrice di avvenimenti’ più quotata nel suo campo. Gli anni della sua infanzia, ella li passò in Olanda, in una casa di cristiani religiosi, che predicavano l’odio incondizionato contro gli Ebrei. Il termine “Ebreo”, era considerato in famiglia come l’appellativo più disonorevole e offensivo, che potesse esistere. Il suo talento verso l’‘izùv’, emerse e si sviluppò nel tempo. Le sue creazioni riscossero successo, fino ad acquistarsi una fama internazionale. Ella fu prescelta per rappresentare l’Olanda in varie esposizioni, ed è così che arrivò pure in Israele, come rappresentante Olandese in una esposizione internazionale di ‘izùv’, che si teneva a Haifa.

       Hermin si sentì molto attratta dalla Terra d’Israele, ed in particolar modo da Gerusalemme. Ella rimandò più volte la data del suo ritorno a casa e prolungò la durata della sua visita per due lunghi mesi. Nel corso di questo tempo conobbe Nissim Ozeri, il suo attuale marito. Nissim lavorava allora come fotoreporter per un giornale. Dopo essere stato inviato per un servizio speciale a New York, Nissim decise di non tornare subito in Israele, e, dopo un po’, anche Hermin lo raggiunse. Il legame fra loro si fece più stretto, fino a che Nissim le chiese di sposarlo, ponendo però come condizione irrinunciabile, la sua conversione all’Ebraismo. Hermin non accettò questa condizione. Per principio, ella non era d’accordo a dare una tale importanza alla sua appartenenza religiosa. Con questo, le loro strade si divisero.

     Col tempo elle conobbe un altro Ebreo, tradizionalista. Le conversazioni con lui le diedero una maggiore conoscenza ed un’idea più precisa di cosa fosse l’Ebraismo. Cominciò allora a farsi strada in lei il bisogno di allargare ulteriormente questa conoscenza. Egli le consigliò di frequentare un corso di preparazione alla conversione. Lì avrebbe potuto trovare tutte le risposte al suo bisogno di sapere. E così effettivamente fu. Hermin si iscrisse ad un corso di questo tipo, e dedicò ogni suo momento libero allo studio dell’Ebraismo. L’entusiasmo cresceva e la sua ricerca diventava sempre più frenetica ed impellente. “Era come una droga”, raccontava sorridendo. “Non ne potevo fare a meno.” Quando però cominciò lo studio della parte pratica, Hermin sentì che tutti quei particolari le risultavano difficili. Vedeva un grande divario fra gli elevati valori spirituali, cui fino ad ora aveva dedicato i suoi studi, e le puntigliosità dell’halachà, delle quali non capiva la necessità. Con una certa rabbia, decise di abbandonare il corso. ‘Si vede che l’Ebraismo è adatto solo agli Ebrei’, pensò in conclusione.

     L’amico fu molto dispiaciuto di questa decisione e cercò di convincerla di quanto fosse peccato buttar via tutto il tempo, che aveva dedicato allo studio, e tutto per un momento di rabbia. Sarebbe stato almeno più giusto ed opportuno rivalutare seriamente l'intera  questione, in un momento di calma. Erano i giorni della festa di Succòt. Egli le propose di venire con lui a “770”, il Beit Midràsh del Rebbe di Lubàvich, per le “Hakafòt” di Simchàt Torà. L’idea le sembrò stramba, ma interessante, per cui diede il suo accordo. Quando entrò nel settore delle donne, chiese ad una giovane ragazza, di indicarle chi fosse il Rebbe. La giovane capì, che la donna che le stava di fronte non aveva mai visto il Rebbe. Ella la prese, allora, per un braccio e la guidò verso la parte anteriore del settore femminile. Là si affollavano centinaia di donne, pigiate l’una contro l’altra, in una maniera incredibile. Più tardi, Hermin capì che la giovane aveva rinunciato al suo posto per lei. Nello stesso momento in cui essa si trovò al suo posto e guardò nella direzione, dove si trovava il Rebbe, il Rebbe si girò ed iniziò ad incoraggiare il canto della folla. Ella sentì una fortissima emozione, mentre non riusciva più a distogliere lo sguardo dal Rebbe. La percezione dell’affollamento, che letteralmente la schiacciava, non esisteva più per lei; era completamente immersa nell’esperienza spirituale più grande della sua vita, ed in quel momento una ferma decisione si impose dentro di lei: “Io appartengo a questo popolo, al Popolo Ebraico!”

    Al termine delle “Hakafòt”, ella chiese all’amico, di organizzarle al più presto possibile un incontro con il Rebbe. La cosa fu fatta e, dopo un paio di settimane, in un’ora tarda della notte, arrivò il suo turno di essere ricevuta dal Rebbe. Hermin parlò in tedesco ed il Rebbe le rispose nella stessa lingua. Ella raccontò a grandi linee la sua vita, le sue origini, il suo interessamento verso l’Ebraismo, il tempo dedicatovi, l’intenzione di arrivare ad una conversione ed il timore di non riuscire ad accettarne gli obblighi. Il Rebbe la ascoltò attentamente, dopodiché le rispose: “Secondo me, non vi è alcun bisogno che tu ti converta... poiché sei già Ebrea!” Hermin restò sbalordita da una simile idea. “Non può essere”, disse con forza. “In una casa dove mi è stato instillato un odio così grande per gli Ebrei, non è possibile che vi siano cresciuti degli Ebrei…” Il Rebbe, però, confermò quanto detto ed aggiunse, con sicurezza: “Se cercherai, certamente troverai proprio questo”. Il Rebbe la benedisse e la conversazione terminò.

     Ella uscì dalla stanza del Rebbe confusa e imbambolata. L’amico la incoraggiò ad indagare e a porre delle domande in proposito alla madre. Hermin era spaventata all’idea, ma la curiosità ed il bisogno di sapere ebbero la meglio. Piena di timore e di tensione, telefonò in Olanda, e, ancora prima di salutare, pose direttamente la sua domanda: “Mamma, può essere che noi discendiamo da una famiglia di Ebrei?” Hermin sentì un pesante silenzio. Poco dopo, la madre rispose con tono molto duro: “Se ti sentirò ancora parlare di questo, non ti riconoscerò più come figlia.” La chiamata si interruppe così. Questa reazione così irata, non fece che aumentare la curiosità di Hermin. Ella decise, allora, di anticipare il suo ritorno a casa e di chiarire da sé la faccenda. Hermin non rivelò alla madre le sue intenzioni, ma l’istinto naturale materno aveva ormai captato la violenta tempesta emotiva, che tormentava la figlia. Un giorno, la madre invitò Hermin ad uscire per una passeggiata. Fu allora che essa finì per rivelarle un capitolo della storia della loro famiglia, che aveva sempre tenuto nascosto. Venne fuori che la nonna di parte materna emigrò dalla Spagna in Olanda, dopo aver subito dure persecuzioni, in quanto Ebrea. La grande sofferenza la portò alla decisione di rifarsi una nuova vita sotto un’identità cristiana, in modo da tagliare con il suo doloroso passato. Ella si sposò con un cristiano e mise su famiglia.

     Hermin era completamente sconvolta. Il significato di questa rivelazione era semplicemente che lei, secondo l'halachà, era Ebrea! La madre la pregò molto di non rompere l’equilibrio acquisito: “È molto meglio evitare sofferenze e dolori, per te stessa e per la famiglia che costruirai”. Era però troppo tardi. Hermin aveva già maturato la propria decisione. Essa sarebbe tornata al suo popolo. E a Nissim…  “Quando penso al Rebbe”, dice Hermin, “vedo nella mia immaginazione Moshè Rabèinu, che andava alla ricerca anche del più piccolo agnello, che si era sperduto”…

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