Un potente anelito


Un anelito insaziabile Questo passaggio della Torà contiene in sé un paradosso. Da un lato, la condotta dei figli di Aharon risulta indesiderabile, come appare ovvio dalla punizione che essi ricevettero. D’altro canto, invece, emerge una dimensione positiva dei loro sforzi. Nadàv e Avìhu furono infatti designati per il loro speciale servizio Divino, e Moshè stesso disse che essi furono superiori a lui e ad Aharon e che tramite il loro sacrificio, il Santuario fu consacrato. A risolvere questa difficoltà interviene l’Or HaChayim con il suo commento, che spiega la morte di Nadàv e Avìhu: essi si avvicinarono ad una luce sublime con amore sacro, e per questo morirono. Questo è il segreto mistico del ‘bacio’ di D-O tramite il quale i giusti muoiono. La morte dei figli di Aharon fu come quella dei giusti, con un’unica distinzione: è il bacio che avvicina il giusto, mentre nel loro caso, furono essi ad avvicinarvisi… Nonostante sapessero di morire, essi non si trattennero dall’avvicinarsi e dall’attaccarsi a D-O, in un dolce legame d’amore… fino alla dipartita delle loro anime. La Chassidùt sviluppa ulteriormente questo concetto, affermando che il nostro amore per D-O deve comprendere due fasi: ratzò, un potente anelito, che ci spinge ad ‘innalzarci’ per unire la nostra anima a D-O, e shov, l’impegno a ‘tornare’ per esprimere la volontà di D-O in questo mondo, facendo di esso una dimora per Lui. Come dice l’Or HaChayim, i figli di Aharon avevano raggiunto un livello totalizzante di ratzò, di anelito a legarsi a D-O. Ciò avrebbe dovuto essere seguito da una fase di shov, così da esprimere questo legame con D-O nelle loro vite. Il loro peccato non fu la vicinanza che essi crearono con D-O, ma il fatto di lasciare che questo collegamento rimanesse un fatto a sé, causando la loro morte, invece di estenderlo al campo della loro vita ordinaria. L’intento di D-O, infatti, è che l’amore più profondo per Lui sia diretto a riconoscere il Divino Che esiste in ogni elemento della creazione e ad intraprendere un serio sforzo per renderLo manifesto. La dimensione positiva dello sforzo di Nadàv e Avìhu emerge anche dall’espressione usata: ‘un fuoco estraneo, che D-O non aveva loro comandato’. Il loro fu un servizio ‘estraneo’, di un livello cioè superiore a quello della comune esperienza mortale, un grado elevato al punto tale che D-O non avrebbe mai potuto comandare all’Ebreo di cercare di raggiungere. La vicinanza a D-O che derivò da questo servizio Divino ‘consacrò il Santuario’, fornendo il potenziale di ispirare altri a simili elevatezze. Per questo la parashà Acharè inizia menzionando ‘la morte dei due figli di Aharon, che si erano avvicinati a D-O.’ La parashà si concentra in particolare sul servizio Divino di Yom Kippùr, il giorno nel quale ogni Ebreo “si avvicina a D-O”. Come introduzione, la Torà cita la vicinanza raggiunta dai figli di Aharon, poiché il loro sforzo aprì un canale, che permette ad ogni Ebreo di collegarsi a D-O con una tale intensità.

Due insegnamenti, due nomi Dal nostro approfondimento, noi possiamo dire che con il loro servizio Divino, i figli di Aharon esprimono due insegnamenti. Uno positivo: il potenziale dell’Ebreo di avvicinarsi a D-O; e uno negativo: il fatto che il loro servizio mancasse di una spinta verso il shov, il ritorno ad una vita nel contesto del nostro mondo finito. Vi sono due differenti modi di chiamare questa parashà: c’è ci si riferisce ad essa come ‘Acharè’ e chi come ‘Acharè Mot’. Si può dire che la differenza dei due nomi dipende da quale dimensione si intende fare risaltare. Acharè significa “dopo”. L’elevazione del collegamento raggiunto dai figli di Aharon ha generato la possibilità di un simile avvicinamento per il popolo Ebraico anche ‘dopo’. Acharè Mot (“Dopo la morte”), invece, mette l’accento sul risultato negativo, derivato dalla loro incapacità di integrare l’avvicinamento a D-O all’impegno di sviluppare una consapevolezza di D-O in questo mondo materiale.

Un legame unico L’uso Chabad è di chiamare questa parashà ‘Acharè’, evidenziando la vicinanza di ogni Ebreo a D-O. La dimensione interiore dell’anima di ogni Ebreo, infatti, è una cosa sola con D-O, legata a Lui da una connessione inscindibile. Questo legame supera quello che si stabilisce tramite l’adempimento dei precetti. Questo, poiché, nonostante i precetti creino un legame fra Chi li impartisce e chi li osserva, i due rimangono pur tuttavia entità separate. Per quanto riguarda invece la loro essenza, gli Ebrei e D-O sono una cosa sola. Ed è questo il livello di consapevolezza che risalta a Yom Kippùr. A questo livello, l’obbedienza dell’Ebreo a D-O non è una questione di scelta, che comporta ricompensa o punizione, ma una risposta naturale, un’espressione del proprio sé interiore. Come direbbe Rabbi Levi Izchak di Berditchev, non è l’impegno ad osservare il digiuno che fa in modo che l’Ebreo si astenga dal mangiare a Yom Kippùr. A Yom Kippùr, chi vuole mangiare ?! E da Yom Kippùr questa connessione può continuare Acharè, ‘dopo’, elevando l’intero ambito della nostra osservanza Ebraica ad un livello superiore. Il punto di connessione interiore, che unisce ogni Ebreo a D-O, riguarda e copre ogni aspetto della nostra vita. In questo modo, vivere nel mondo materiale non rappresenta un ostacolo al nostro consacrarci a D-O. A questo livello, la nostra è semplicemente una vita di connessione, che non consente alcuna possibilità di separazione. L’umanità in generale sperimenterà questo livello di connessione nell’Era della Redenzione, quando il Divino che permea il mondo si rivelerà: “Il mondo sarà pieno della conoscenza di D-O, come le acque coprono il mare.” In questa condizione di rivelazione del Divino, il desiderio spontaneo e naturale dell’uomo sarà quello di obbedire alla volontà di D-O.

(Likutèi Sichòt, vol. 32, pag. 98; Sefer HaSichòt 5750, pag. 428)

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