Un miracolo di fede

Aggiornato il: lug 9

Anni di speranze e delusioni e poi, finalmente, quel bambino che doveva venire al mondo... ma, ancora una volta la cosa non sembrava possibile! Per i medici l'aborto era inevitabile, se si voleva salvare la vita della madre. Il Rebbe, però, non la pensava così...!

Era ormai notte, e le luci si spegnevano, una ad una, nel viale Benyamin, a Natanya. Le strade erano ormai deserte ed il silenzio della notte regnava su tutta la zona. In una casa, la luce era ancora accesa. Rav Moshè Antisàda, rabbino della comunità degli Iraniani, residenti a Natanya, era ancora immerso nello studio, come spesso succedeva, a quell’ora tarda. Rav Moshè, chassìd del Rebbe, sempre pieno di entusiasmo e di disponibilità, non si meravigliò, quando sentì suonare alla porta. I membri della sua Comunità, e non solo, erano soliti rivolgersi a lui, in qualsiasi momento, sapendo di trovare un orecchio attento a tutti i loro problemi, e la disponibilità ad aiutarli nel rivolgere una richiesta di benedizione al Rebbe, ‘via’ Igròt Kòdesh (una vasta raccolta di lettere del Rebbe). Dei miracoli spesso occorsi, tutta la città era al corrente. Rav Moshè aprì la porta, e si trovò davanti ad una donna, in evidente stato di disperazione. Invitata ad entrare, la donna iniziò a raccontare la sua storia, con la speranza di ottenere una benedizione del Rebbe, che le permettesse di uscire dal suo incubo.

     Ecco la storia, dalle sue stesse parole: “Sono sposata da quasi dieci anni, ma in tutto questo tempo non ho potuto mettere al mondo figli. Ho subito infiniti trattamenti medici, quando, finalmente, tre mesi fa la speranza diventò realtà: aspettavo un figlio. Ero pazza di gioia, ma la felicità non durò a lungo. Qualche settimana fa non mi sentii bene e, dopo una serie di esami, i dottori mi dissero, che avevo un tumore maligno nel mio utero, e che andava estirpato. Non potendomi curare, fino a che il feto si fosse trovato nel mio utero, mi dissero che l’unica soluzione era un aborto, e che doveva essere effettuato il più presto possibile!”

     “Il mio mondo crollava, un dolore senza nome. Non potevo rassegnarmi, dopo dieci anni! Consultai i migliori specialisti, ma il verdetto fu unanime: aborto immediato, per non mettere in pericolo la mia stessa vita, poiché, aspettando ancora, avrei ridotto, se non annullato, le possibilità di successo di una cura. Mi recai da vari rabbini, che, dopo aver sentito il responso dei medici, mi dissero che, in un caso come questo, l’halachà mi consentiva di abortire. Ora voglio chiedere la benedizione del Rebbe, affinché l’aborto si svolga senza complicazioni, ed il trattamento, che dovrei iniziare subito dopo, possa avere successo. Che sia possibile estirpare il tumore, senza rimuovere l’utero, in modo da non precludere, in futuro, la possibilità di avere dei figli.” Dopo aver sentito la tragica storia, rav Moshè disse alla donna: “Siete venuta a interpellare il Rebbe su una questione di vita o di morte. Si tratta di qualcosa di molto serio. Scrivendo al Rebbe, dovete specificare tutti i dettagli ed impegnarvi a fare qualsiasi cosa il Rebbe vi chieda.” La donna acconsentì e, presa carta e penna, iniziò a scrivere la sua lettera. Rav Moshè, intanto, cominciò a recitare Salmi ed a pregare affinché la donna potesse ricevere una benedizione di completa guarigione.

     Quando essa terminò di scrivere, inserì, a “caso”, la sua lettera in uno dei volumi dell’Igròt Kòdesh. Rav Moshè iniziò, quindi, a leggere la risposta, che appariva nelle pagine dove era stata introdotta la lettera. Quando la donna sentì le prime parole della lettera del Rebbe, per poco non svenne. Il Rebbe spiegava, con dovizia di particolari, la severità della proibizione di abortire, cosa che era fuori di questione da qualsiasi punto di vista, sia esso fisico, sia esso spirituale. Al termine della lettera, il Rebbe augurava successo in tutte le cose. “Il Rebbe vi sta dicendo esplicitamente, che l’aborto non va fatto,” disse rav Moshè. La donna lo guardò sbalordita. Non poteva credere che una persona, sana di mente, potesse dirle, con tale sicurezza, di opporsi all’opinione dei più grandi dottori. “State parlando seriamente?”, ella chiese. “Dovrei veramente ignorare gli avvertimenti dei medici? Si parla della mia vita, qui!” Rav Moshè guardò di nuovo la lettera, dopodiché ripeté, con assoluta convinzione: niente aborto!

   Egli parlò quindi al cuore della donna, dimostrandole tutta la sua comprensione. “Capisco quanto sia difficile  accettare la risposta del Rebbe, quando tutti i dottori dicono il contrario.  La mia esperienza, però, mi ha insegnato che, quando il Rebbe dà delle istruzioni, in caso di pericolo di vita, seguire le sue parole porta benedizione e riuscita, mentre non darvi retta comporta un reale pericolo. Lo ripeto, la salvezza di entrambi, madre e figlio dipende da questo: non fare l’aborto. Il Rebbe si prende la piena responsabilità del vostro benessere. Credete nelle sue parole, e vedrete grandi miracoli.” La donna lasciò la casa del Rav, in preda alla confusione ed al tormento. Da una parte le parole dei medici, dall’altra quelle del Rebbe, con la sua chiara risposta. La benedizione del Rebbe, perlomeno, lasciava nel suo cuore un angolo di speranza, di poter mettere al mondo quel figlio, che aveva così tanto aspettato.

     Il giorno seguente, all’uscita della sinagoga, la donna, accompagnata dal marito, attendeva rav Moshè. Prima ancora di poterli salutare, il marito, quasi aggredì rav Moshè con queste parole: “Come vi potete prendere una simile responsabilità?! Voi vi approfittate di una donna, sull’orlo del collasso! Volete vedermi vedovo?” Rav Moshè si mantenne calmo ed aspettò che anche il marito si calmasse, dopodiché, ripeté le stesse parole del giorno precedente: “Le risposte del Rebbe, nell’Igròt Kòdesh, non sono un gioco. Persone in situazioni ancora più difficili, sono state salvate, per aver ascoltato il Rebbe. Fareste meglio a rafforzare la vostra fiducia nelle parole del Rebbe. Se le ascolterete, il successo è garantito.” Il marito non era più così arrabbiato, ma, certo, non aveva neppure cambiato idea. In ogni caso, iniziò a riflettere su quanto gli era stato detto.

    Il giorno dopo, pervasi da un maggiore senso di fiducia, marito e moglie tornarono a visitare la casa di rav Moshè, con la richiesta di consultare nuovamente l’Igròt Kòdesh, con la speranza di vedere svanire i loro dubbi. La lettera, questa volta, fu scritta dal marito, e la risposta del Rebbe li indirizzava, visti tutti i dubbi, a consultare un altro specialista. Rav Moshè consigliò loro un dottore, di fama internazionale, che lavorava all’ospedale Hadassa di Gerusalemme. Questo dottore era in contatto con i Lubavich, ed aveva sentito molte storie di Igròt Kòdesh. Egli aveva potuto già  assistere più volte alla realizzazione delle benedizioni del Rebbe. L’appuntamento fu fissato per il giorno seguente e, dal risultato della visita, il tumore sembrava non essere così grande, come era apparso dagli esami precedenti. Anche questo dottore fu dell’idea, che la donna dovesse abortire, ma, al contrario degli altri, disse che non c’era così tanta fretta. Egli raccomandò loro di aspettare una settimana, e li incoraggiò ad avere fede nella benedizione del Rebbe.

     Dopo una settimana, trascorsa nel tentativo di rafforzare la loro fede e combattere la paura, la tensione e i brutti pensieri, che costantemente si affacciavano, l’uomo e la donna tornarono allo studio del dottore. Vennero fatti tutti gli esami necessari e, dopo una breve attesa, il dottore comparve, con un’espressione sul volto di sorpresa e gioia, per annunciare i risultati. “C’è stato un miracolo. Il Rebbe, ancora una volta, ha avuto ragione! Gli esami di oggi mostrano, che il tumore è scomparso! Non vi è più traccia di esso! Non c’è bisogno di alcuna cura, e, tanto meno, di un aborto!” La donna stentava a credere a quelle parole: la paura di una delusione era grande. Chiese, quindi, di ripetere gli esami, ma anche questi confermarono lo stesso risultato: il tumore non esisteva più! Pochi mesi dopo, la donna diede alla luce un bel bambino, sano e vitale. Il brìt (circoncisione) fu celebrato in un’atmosfera di gioia, del tutto particolare, e tutti coloro, che sentirono del miracolo, si sentirono grati di fronte a D-O, per averci dato il Rebbe.

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