Un inviato speciale!

Aggiornato il: lug 9

Yosef Yzchak realizzò ormai che non ce l’avrebbe fatta. Entro breve sarebbe iniziato lo Shabàt ed egli avrebbe dovuto scendere dall’auto. “Mi faccia scendere, per favore”, chiese all’autista, che lo guardò come se fosse pazzo. Si trovavano infatti lontani da tutto! Ma che fare? Non c’era scelta....

Spesso, girando per strada, si può incontrare un chassìd Chabad impegnato con entusiasmo ad aiutare un altro Ebreo a mettere i tefillìn o a rispondere a domande di Ebraismo o semplicemente ad aiutare chi ne abbia bisogno. Come tanti, anche Yosef Yzchak, un giovane di diciotto anni, studente della yeshivà di Zfàt, era abituato ad usare in questo modo il suo tempo, nella giornata del venerdì. Quel venerdì, però, Yosef dovette recarsi a Ramat Gan, una cittadina del centro di Israele, per una breve visita ai genitori. Aspettando l’autobus di ritorno, il giovane pensò di approfittare di quel tempo per offrire i tefillìn ad almeno un Ebreo. Trovò un tavolino, si tolse lo zaino dal quale estrasse i suoi tefillìn e chiese al primo che passò di lì se volesse indossarli. Fu una bella sorpresa per Yosef vedere quell’uomo sorridere, arrotolarsi la manica e offrirgli felice il braccio. Prima ancora di aver finito, anche un altro passante chiese di poterli mettere , e dopo di lui un altro ancora fino a che non si formò una vera e propria fila. Yosef Yzchak perse la cognizione del tempo e continuò la sua opera con entusiasmo, sicuro che D-O l’avrebbe poi aiutato a tornare in tempo. Ai tefillìn si aggiunsero domande sulla parashà o su altri temi, e quando finalmente il ragazzo si azzardò a dare un’occhiata all’orologio, un’esclamazione gli uscì dalla bocca. “Gevalt!!” Erano passate tre ore! Di corsa cercò di prendere l’ultimo autobus, che però gli partì proprio sotto il naso. Shabàt si avvicinava e lui doveva tornare in yeshivà! Come fare? Si decise a salire su un altro autobus che lo avrebbe avvicinato di un po’ alla meta, per proseguire poi, con l’aiuto di D-O, in autostop. Il primo passaggio lo ebbe subito, per sua fortuna, ma non lo avanzò di molto. Quello successivo invece si fece aspettare un bel po’ ed il terzo non arrivava proprio fino alla sua meta. In ogni caso, Yosef Yzchak realizzò ormai che non ce l’avrebbe fatta. Entro breve sarebbe iniziato lo Shabàt ed egli avrebbe dovuto scendere dall’auto. “Mi faccia scendere, per favore”, chiese all’autista, che lo guardò come se fosse pazzo. Si trovavano infatti lontani da tutto! Ma che fare? Non c’era scelta. L’autista lo lasciò all’ingresso di un kibbùz, che incontrarono sulla strada. Yosef Yzchak conosceva la conformazione dei kibbùz, che si assomigliavano tutti, e si diresse verso la sala da pranzo. Si trattava di un kibbùz dello Shomer HaZaìr, un’organizzazione dall’ideologia molto lontana da qualsiasi intonazione religiosa. Yosef Yzchak era tranquillo ed ottimista. D-O in qualche modo l’aveva mandato lì e tutto sarebbe andato bene. Entrato nella sala da pranzo, gli occhi di tutti furono su di lui, nel silenzio improvviso che si era creato. Egli si tolse lo zaino, sorrise e disse: “Buon Sabato a tutti!” Qualcuno gli si avvicinò, gli strinse la mano ed egli spiegò loro in breve la situazione nella quale si era venuto a trovare. Quelli lo invitarono gentilmente a mangiare qualsiasi cosa avesse trovato di compatibile con le regole della kasherùt e gli offrirono pure un giaciglio, in una stanzetta adiacente alla cucina. Yosef si cambiò d’abito, recitò le preghiere del Sabato con una piacevole melodia, per sedersi poi a mangiare. Per molti degli abitanti del kibbùz, si trattava del loro primo incontro con un religioso, e i modi affabili di Yosef ed il suo carattere aperto e positivo ebbero su di loro un buon effetto. Nel corso del Sabato, essi ascoltarono da Yosef parole di Torà, racconti chassidici ed anche molte informazioni riguardanti il Rebbe di Lubavich, la Redenzione e Moshiach. Alla fine, al termine di quel Sabato, si rivolse a lui una giovane ragazza, che lo ringraziò e lo pregò di spiegarle esattamente come mai fosse capitato proprio lì. Quando Yosef le raccontò di come aveva perso l’autobus e del successivo concatenarsi di eventi che lo avevano portato lì, gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. Quando si fu calmata, iniziò a spiegare: qualche anno prima aveva iniziato ad interessarsi all’Ebraismo, ma poiché non vi era nessuno intorno a lei che potesse aiutarla ed essendo quell’argomento considerato tabù nel kibbùz, ella dovette tenere la cosa per sè. Non avere però nessuno che potesse insegnarle qualcosa, la fece soffrire tanto da spingerla a rivolgersi a D-O e a pregarLo di aiutarla. Qualche settimana prima, durante una sua visita a Tel Aviv, le era capitato di vedere un grande cartello con l’immagine del Rebbe di Lubavich ed un numero di telefono dove era possibile chiamare, per ricevere una benedizione o un consiglio tramite i libri contenenti le sue lettere: l’Igròt Kodesh. Ed è quello che fece. Tornata a casa, scrisse una lettera al Rebbe, chiamò quel numero e, senza rivelare il contenuto della lettera, chiese loro di aprire per lei un volume dell’Igròt Kodesh e di leggerle la risposta del Rebbe. E la risposta fu: “Il Rebbe dice di aver ricevuto la sua lettera e promette di mandare uno dei suoi emissari per rispondere alle sue domande e per aiutarla”. E dopo solo una settimana... Yosef Yzchak era arrivato! Per la ragazza era ovvio che non si trattava di un caso. Quel ragazzo le era stato mandato direttamente... dal Rebbe!

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