Un incontro particolare

Sembrava una giornata come un'altra, da trascorrere seguendo le solite abitudini, quando il pericolo si presentò, inaspettato. Un Ebreo, però, non è mai solo, e la salvezza a volte, arriva nel modo più imprevisto...

Ella giunse a “770”, nome con il quale è conosciuto il centro mondiale di Chabad a New York, sede del Beit Midràsh e dell’ufficio del Rebbe di Lubàvich. Era una donna di una settantina di anni, dall’aspetto della tipica Ebrea americana. Subito, chiese di vedere il Rebbe. I chassidìm erano abituati a simili incontri, con i diversi tipi, che spesso capitano lì, la maggior parte dei quali non conoscono le modalità con cui è possibile incontrare il Rebbe, e credono, ingenuamente, che ognuno possa entrare a piacere. Questa donna, però, sembrava diversa. Qualcosa, nel suo intestardirsi per farsi ricevere dal Rebbe, faceva capire che sotto, doveva esserci una storia particolare. Alcuni, fra i giovani presenti, cui la donna si era rivolta, riuscirono infine a sentire, dalla sua stessa voce, questo straordinario racconto.

           “Ogni giorno, nel pomeriggio, sono abituata ad uscire per fare un giro con la mia macchina. Ci tengo molto a questa “passeggiata” quotidiana. Fino a qualche anno fa, uscivo a piedi. Un giorno, però, fui aggredita da un uomo di colore, che mi afferrò per il collo, con l’intenzione di derubarmi del portafoglio. Cercai di oppormi, ma quello, allora, estrasse un lungo coltello col quale mi minacciò. Con mia grande fortuna, proprio in quel momento, passò un’auto della polizia, che pattugliava la zona, e le sue luci lampeggianti misero in fuga l’uomo. Da allora, però, soprattutto se sono sola, non esco più a piedi, ma solo in macchina. Un giorno qualsiasi, uscii per il mio solito giro quotidiano. Ero ferma ad un semaforo rosso, quando, dalla macchina che si fermò accanto alla mia, vidi che il passeggero seduto accanto all’autista, un uomo dall’aspetto regale, con una barba bianca,  mi osservava. Egli mi fece segno, con il dito, di abbassare il bottone, che comanda la chiusura delle portiere dell’auto. All’inizio non diedi peso a quel segnale. Dato che non ho bambini, per quale motivo avrei dovuto usare il sistema di chiusura di sicurezza delle portiere? L’uomo, però, mi fece ancora segno con il dito. Mi sembrò una cosa molto bizzarra, ma sapevo che, dal chiudere le portiere, non mi sarebbe evidentemente derivato nessun danno. Esaudii quindi la sua richiesta. Il semaforo, nel frattempo, aveva cambiato colore. L’uomo con la barba sorrise, e la sua macchina girò a destra, scomparendo alla mia vista.

          Pensando ancora a quello strano uomo, arrivai ad un altro semaforo rosso. Aspettai che venisse il verde, quando, all’improvviso, vidi, accanto alla mia macchina, un uomo, dalla corporatura massiccia, con un lungo coltello in mano. Tremai di paura. Quelle immagini le avevo già vissute… L’uomo cercò di aprire la portiera di  destra dell’automobile, e, quando si accorse che era chiusa, fece il giro della macchina per provare quella dal mio lato. Un sudore gelido inondò il mio corpo. Pensai ormai al peggio. Per mia fortuna, prima che l’uomo riuscisse a rompere il vetro del finestrino, col suo pugno, il semaforo divenne verde ed io premetti con tutta la mia forza sul pedale dell’acceleratore, allontanandomi velocemente da lì. Ero salva!

          Mentre ero ancora sotto shock per l’accaduto, mi colpì, improvvisamente, il ricordo di quell’Ebreo dalla barba bianca, che mi aveva pregato di innestare il sistema di chiusura di sicurezza delle portiere dell’auto. Quello strano uomo. D-O onnipotente! Come poteva sapere quello che mi sarebbe successo da lì a poco?! Non volli pensare a cosa sarebbe accaduto, se non lo avessi ascoltato… Sentii il bisogno impellente di ringraziare colui, che aveva salvato la mia vita. Capii che si trattava di un uomo santo, e volevo anche scusarmi, per non aver accettato immediatamente, fin dall’inizio, il suo consiglio. Non sapevo però né chi fosse, né dove fosse diretto. Provai una stretta al cuore. Possibile, che non avrei mai più incontrato quell’uomo? Passarono alcuni mesi da allora. Continuai i miei viaggi quotidiani, naturalmente con le portiere serrate.

           Ieri sera,  seduta davanti allo schermo della televisione, passavo col telecomando da una canale all’altro, alla ricerca di qualcosa di interessante da vedere. I miei occhi colsero un’immagine Ebraica, fra quelle trasmesse da una delle emittenti. Una moltitudine di chassidìm affollavano una sinagoga fino a riempirla completamente, e cantavano melodie, che arrivano dritte al cuore. Feci caso che gli occhi di tutti erano rivolti verso un’unica direzione. La telecamera fece una carrellata sulla folla numerosa, finché si fermò ad inquadrare un uomo solo, quello cui gli occhi di tutti erano rivolti. L’immagine mi fece saltare sulla sedia, come se un serpente mi avesse morso. ‘Sì! Io lo conosco! È l’uomo che mi ha salvato la vita!’ Continuai a guardare, incantata, fino a che, ad un certo punto, comparve sullo schermo un numero di telefono, per coloro che volevano fare domande o comunicare le proprie impressioni. Senza indugio, chiamai quel numero e chiesi, chi fosse quell’uomo e come fosse possibile arrivare a lui. Venni a sapere così, che quell’uomo è il Rebbe di Lubàvich. Ricevetti gentilmente anche le indicazioni, che mi hanno portato fin qua. Questo è il motivo per il quale sono venuta” concluse la donna. ” Sono venuta ad incontrare l’uomo che ha salvato la mia vita e, semplicemente, a ringraziarlo di persona.”

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