Un essere mortale che pronuncia la parola di D-O

I nostri Saggi spiegano che Moshè pronunciò il Libro di Devarìm “di sua propria iniziativa”. Evidentemente Moshè pronunciò le sue parole “ispirato dallo Spirito Santo”, e non come propria invenzione. D’altro canto, è anche chiaro che il Libro di Devarìm include il processo di pensiero personale di Moshè. La Torà infatti, essendo fondamentalmente superiore alla nostra struttura terrena, per potersi rivestire del mondo, deve passare attraverso un intermediario.

La particolarità del Libro Devarìm Il Libro di Devarìm inizia con: “Queste sono le parole che Moshè disse all’intero popolo d’Israele”. Notando la distinzione fra questo Libro ed i quattro precedenti, che sono tutti “la parola di D-O”, i nostri Saggi spiegano che Moshè pronunciò il Libro di Devarìm “di sua propria iniziativa”. Ciò non vuole certo dire che il libro di Devarìm sia, D-O non permetta, la pura invenzione di un essere mortale. I nostri Rabbini spiegano che Moshè pronunciò le sue parole “ispirato dallo Spirito Santo”. Analogamente, quando il Rambam definisce chi siano “quelli che rinnegano la Torà”, egli include “la persona che dice che la Torà, persino un solo verso o una sola parola, non provenga da D-O. Se qualcuno dicesse ‘Moshè ha fatto queste affermazioni indipendentemente’, egli rinnegherebbe la Torà.” E non vi è neppure un commentatore che sostenga che vi sia una differenza, sotto questo aspetto, fra il Libro di Devarìm ed i quattro precedenti. Invero, l’identificazione di Moshè con D-O era così grande che, quando Moshè disse “Io concederò la pioggia alla vostra terra a suo tempo”, egli parlò in prima persona, nonostante fosse chiaro che il pronome ‘Io’ si riferisse a D-O. Infatti, “La Presenza Divina parlava dalla sua bocca”. D’altro lato, è anche chiaro che il Libro di Devarìm include il processo di pensiero personale di Moshè. Per fare un esempio: vi è un contrasto di opinioni fra i nostri Saggi, se la prossimità di due soggetti nella Torà Scritta sia significativa o meno. Un’opinione sostiene che lo sia, mentre l’altra spiega che, pur essendo l’ordine temporale un fattore importante nella funzione di pensiero degli esseri mortali, per quel che riguarda, invece, la Torà, che è stata data dall’Onnipotente, l’ordine di precedenza non è significativo.” Riguardo a Devarìm, però, tutte le autorità concordano sulla rilevanza della sequenza dei temi.” “Moshè lo dispose, passaggio dopo passaggio, con il solo scopo di consentire la possibilità di estrapolazione”. Dato che Devarìm fu pronunciato per iniziativa di Moshè, la comprensione di questo Libro richiede che anche le regole della conoscenza umana siano tenute in considerazione.


Al di sopra dei limiti della creazione Una migliore comprensione dei concetti di cui sopra potrà emergere analizzando il rapporto che esiste fra la Torà ed il nostro mondo. I nostri Saggi dissero: “La Torà venne prima del mondo.” In questo caso, il concetto di precedenza non è cronologico, in quanto il tempo, come lo spazio, è una nuova creazione, che ha assunto rilevanza solo dopo che D-O ha portato il mondo in essere. Il significato è piuttosto che la Torà è ad un livello di verità spirituale, che trascende il nostro schema di riferimento materiale. Nonostante la Torà scenda in questo nostro mondo e si rivesta di esso, parlando di temi comuni come le leggi agricole, i codici di rettitudine che regolano gli affari e la struttura dei rapporti matrimoniali e famigliari, tutto ciò non costituisce l’essenza della Torà. L’essenza della Torà è “la volontà Divina e la sua Sapienza” in quanto unite a Lui in perfetta unità. Essendo la Torà fondamentalmente superiore alla nostra struttura terrena, per potersi rivestire del mondo, essa deve passare attraverso un intermediario, che comprenda in sé un punto d’incontro fra l’essenza spirituale della Torà ed i nostri attributi di esseri mortali. Il nostro maestro Moshè comprendeva in sé entrambi gli aspetti. Da un lato, Moshè rappresentava il massimo grado di ‘bitùl’ (l’annullamento più completo del proprio ‘io’ davanti a D-O), una dedizione che trascende la capacità di afferrare del pensiero umano. Allo stesso tempo, egli rappresentava la perfezione che un uomo può raggiungere riguardo ai propri attributi: il suo intelletto, le sue emozioni e persino la sua forza fisica e la sua statura personificavano l’espressione più completa del nostro potenziale umano. In quanto tale, egli fu in grado di ricevere la Torà e di trasmetterla ad altri. Egli fu in grado di portare la verità spirituale trascendente della Torà, in una forma comprensibile ai mortali.


Modelli contrastanti Il pensiero chassìdico descrive due modi possibili di funzionamento di un intermediario: 1) derech maavìr: l’intermediario ha l’unica funzione di trasmettere. Egli né cambia né modifica l’influenza che riceve; egli la fa discendere senza causarle alcun cambiamento essenziale. In questo modo, anche quando l’influenza viene fatta discendere ad un livello inferiore, essa rimane trascendente. 2) derech itlabshùt: l’intermediario traduce il concetto in parole sue e secondo la sua comprensione. Ciò cambia la forma con cui viene presentato il concetto, rendendo così possibile a colui al quale esso viene trasmesso, di farlo proprio, potendolo egli afferrare al proprio livello. Se riferiamo ciò alla Torà, noi vediamo che i primi quattro Libri furono trasmessi da Moshè, senza che egli vi inserisse alcunché di suo. Egli li passò al popolo Ebraico, così come li aveva ricevuti, senza apportarvi alcun cambiamento. Rispetto al Libro di Devarìm, invece, la sua fonte fu “lo Spirito Santo”, la parola di D-O. Solo che, in questo caso, la parola di D-O divenne parte integrante dello pensiero stesso di Moshè. Ciò spiega come mai ogni autorità accetti che si possano derivare questioni di legge della Torà, dall’ordine di disposizione dei soggetti trattati nel Libro di Devarìm. Riguardo ai primi quattro Libri, nonostante l’ordine non sia casuale, esso è fissato dalla Saggezza Divina, secondo modelli superiori a quelli del pensiero umano. Stando così le cose, dato che la decisione delle leggi della Torà “non è nei Cieli”, ma è stata conferita, piuttosto, all’intelletto dell’uomo, vi sono alcune opinioni che sostengono che l’ordine di successione in questi Libri non possa essere utilizzata come fonte. Il Libro di Devarìm, invece, fu filtrato dall’intelletto di Moshè, e l’ordine dei suoi versi corrisponde a quello del pensiero degli esseri mortali. Per questo, la disposizione della successione dei soggetti in questo testo può servire da base per l’estrapolazione di punti riguardanti le leggi della Torà.


Una conoscenza interiorizzata Sorge comunque la domanda: perché fu necessario questo libro di Devarìm? Apparentemente, infatti, rivestire la Torà dell’intelletto umano non fa che abbassarne il contenuto spirituale. Quale fu l’intento Divino in ciò? Ma è proprio questo lo scopo per il quale D-O diede la Torà: perché essa permei il regno del pensiero umano, elevando così la comprensione dell’uomo. Ogni qualvolta una persona studia la Torà, a prescindere dal suo livello spirituale, egli interiorizza la verità Divina, facendo diventare parte della sua stessa natura l’infinita verità della Torà. Se i Libri della Torà fossero rimasti solo quattro, sarebbe stato impossibile per la nostra capacità di comprensione di unirci completamente alla Torà. Questo fu lo scopo raggiunto dal passaggio del Libro di Devarìm attraverso l’intelletto di Moshè. E questa funzione di Moshè ci fornisce anche la capacità di comprendere i quattro libri precedenti, allo stesso modo.


Un’elevazione della Torà Il rivestirsi della Torà dell’intelletto umano, non fornisce solo una possibilità di elevazione all’uomo, ma introduce anche una qualità superiore nella Torà stessa, per così dire. Infatti, rivestire l’illimitata spiritualità della Torà nei confini dell’intelletto dell’uomo mortale rappresenta la fusione di due opposti, l’incontro di movimenti contrastanti che è reso possibile solo dall’influenza dell’essenza di D-O Stesso. Poiché l’essenza Divina trascende sia il finito che l’infinito, solo essa è in grado di fonderli insieme e di portare la verità spirituale della Torà alla portata dell’intelletto umano.


Sulle rive del Giordano Moshè pronunciò il Libro di Devarìm, quando gli Ebrei erano sulle rive del Giordano, e si preparavano ad entrare nella terra d’Israele. Il passaggio del Giordano doveva essere un avvenimento spirituale, oltre che geografico. Durante i loro viaggi nel deserto, gli Ebrei furono dipendenti dall’espressione miracolosa del favore Divino: essi mangiarono la manna, la loro acqua provenne dalla fonte di Miriam e le nuvole della gloria preservarono i loro vestiti. Entrando nella terra d’Israele, invece, gli Ebrei avrebbero vissuto nel contesto dell’ordine naturale, lavorando la terra e mangiando il frutto della loro fatica. Per rendere possibile questo passaggio, essi ebbero bisogno di un approccio alla Torà che si relazionasse all’uomo, così come egli è e si attiva nel contesto della natura del mondo fisico. A questo scopo, Moshè insegnò loro il Libro di Devarìm. Vi è qui un collegamento con il nostro tempo attuale, poiché anche noi ci troviamo sulle “rive del Giordano”, preparandoci ad entrare nella terra d’Israele, insieme con Moshiach. È attraverso l’approccio alla Torà evidenziato dal Libro di Devarìm, che fonde la parola di D-O con la sapienza umana, che noi meriteremo l’era nella quale “l’occupazione del mondo intero sarà solo quella di conoscere D-O”, l’Era della Redenzione.

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