Un cammino di luce


Incoraggiare l’individualità In questo processo è importante realizzare che ogni ha bambino ha la ‘sua via’, una sua tendenza e natura particolari, che appartengono solo a lui. Il Rebbe Precedente (il Rebbe Rayàz) ha detto: “Ogni singolo Ebreo ha una missione spirituale nella sua vita.” Nonostante tutti noi condividiamo la missione generale di trasformare il mondo in una dimora per D-o, ognuno di noi ha le proprie tendenze e doti individuali. L’espressione di queste tendenze individuali conferisce alla missione generale una portata più vasta, facendo sì che l’intento Divino abbia la possibilità di manifestarsi attraverso tante vie particolari. Per questo, un insegnante non deve cercare di spingere i suoi allievi in un’unica direzione. Egli deve invece cercare di riconoscere e valorizzare le doti particolari che ognuno possiede, coltivando la loro possibilità di espressione. Anche nell’insegnamento delle verità universali della Torà, lo scopo dell’insegnante non deve essere l’uniformità. Egli deve piuttosto sforzarsi di consentire ad ogni allievo di interiorizzare queste verità, in una maniera che rifletta la sua natura.

Lumi splendenti Troviamo un’allusione a questi concetti nella parashà Behaalotechà, che inizia con il comando dato ad Aharòn di accendere il Candelabro nel Tempio. Il Candelabro simbolizza il popolo Ebraico, poichè lo scopo dell’esistenza di ogni Ebreo è quello di diffondere la luce Divina nel mondo, così come è scritto: “L’anima dell’uomo è luce di D-O” (Proverbi, 20:27). “Con la luce della Torà ed il lume delle mizvòt”, infatti, il nostro Popolo illumina il mondo, infondendo luce in ogni luogo. Il Candelabro protende verso l’alto sette bracci, che simbolizzano sette differenti vie del servizio Divino. E tuttavia esso era fatto di un unico pezzo d’oro, cosa che indica come le differenti qualità del popolo Ebraico non tolgono nulla alla sua fondamentale unità. La diversità non deve portare alla divisione, e lo sviluppo di una vera unità viene da una sintesi di differenti tendenze, dall’esprimere ciascuno i propri talenti particolari e la propria tendenza personale.

Sforzi indipendenti Nel riferire il comando di D-O ad Aharòn, riguardo l’accensione dei lumi del Candelabro, la Torà usa la frase: “Behaalotechà et haneròt”, che letteralmente significa ‘Quando farai innalzare i lumi’. Il significato che Rashi dà a questo verso è che il sacerdote deve continuare l’atto dell’accensione del lume, ‘fino a che la fiamma non si innalzi per conto suo’ e risplenda in modo indipendente. L’interpretazione allegorica di questo concetto rivela un significato particolare legato ad ogni parte dell’espressione usata da Rashi, che riflette un concetto fondamentale riguardante il servizio Divino. “La fiamma”: ogni persona è in potenza ‘un lume’, ma è la fiamma a realizzare questo potenziale, producendo una luce capace di illuminare tutto ciò che la circonda. “Si innalza”: la persona non deve accontentarsi del suo livello presente, non importa quanto raffinato esso possa essere. Egli deve invece tentare di procedere oltre, alla ricerca di un livello più elevato e completo del suo servizio Divino. “Per conto suo”: la persona deve interiorizzare e fare sua l’influenza che riceve dai suoi maestri, fino a che la ‘luce’ non diventi sua propria. Il suo apprendimento ed il suo studio devono fornirgli la forza e la capacità di essere indipendente, di non dover più appoggiarsi e confidare sull’aiuto degli altri. Egli deve inoltre “innalzarsi per conto suo”, e cioè il desiderio di procedere deve venire a far parte della sua stessa natura. Anche senza l’aiuto degli altri, egli deve costantemente cercare di avanzare. Analogamente, insegnando ad altri, il nostro intento deve essere quello che anch’essi divengano “una fiamma che si innalza per conto suo”, una fonte indipendente di luce, che diffonde la “luce della Torà”, nel loro ambiente.

Progredire nel nostro viaggio ‘Behaalotechà’ non costituisce solo l’inizio della parashà, ma anche il suo nome e l’insegnamento che esprime e che riguarda l’intera parashà. Ciò emerge dalla maggior parte della parashà, che descrive la preparazione ed i primi stadi del viaggio del popolo Ebraico attraverso il deserto. Il Baal Shem Tov spiega che questi viaggi riflettono quelli che ciascun individuo si trova a percorrere nella propria vita. Il popolo Ebraico non rimase al Monte Sinai, dove ricevette la Torà e costruì il Santuario. Esso prese invece la Torà ed il Santuario con sè, e si mise in viaggio nel deserto. Analogamente, lo scopo dell’accensione del lume nell’anima di una persona, lo scopo della sua educazione, deve essere quello di prendere con sè questa luce, ‘la luce della Torà’, nel suo ‘viaggiare’ per il mondo. Diffondendo la luce della Torà nel cammino della sua vita, ogni individuo fornisce il proprio contributo alla realizzazione dello scopo di tutta l’esistenza: stabilire una dimora per D-O nel nostro mondo materiale. In questa ottica, il viaggiare del popolo Ebraico nel deserto è interpretato anche come un’allusione al cammino del nostro popolo, nelle varie epoche, verso il compimento di questo scopo: la rivelazione della luce di Moshiach. Ed allora, noi tutti ci riuniremo nella ricostruzione del Tempio, dove vedremo di nuovo i sacerdoti accendere il Candelabro. Possa ciò avvenire subito! (Adattato da Sèfer haSichòt 5749, pag. 522; Sèfer haSichòt 5751, pag. 598; Discorso di Shabàt parashà Mattòt – Massè, 5743)

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