Un amore incondizionato

Aggiornato il: lug 5

Rabbi Glukowski, un giorno, ricevette una telefonata da uno sconosciuto. L’uomo era molto agitato. Si trattava di un Ebreo il cui figlio, che chiameremo Sheldon, era entrato a far parte di una setta chiamata Hari Krishna...

Rabbi Glukowski viveva a Toronto, dove insegnava Torà ai bambini della scuola ebraica. Anche al di fuori del lavoro, coglieva sempre qualsiasi occasione per insegnare Torà ed avvicinare ad essa altri Ebrei. Un giorno, ricevette una telefonata da uno sconosciuto. L’uomo era molto agitato. Si trattava di un Ebreo il cui figlio, che chiameremo Sheldon, era entrato a far parte di una setta chiamata Hari Krishna e da quel momento - erano ormai passati alcuni mesi - nessuno ne aveva più avuto notizia. L’uomo sembrava come impazzito e stava per chiamare la polizia, quando qualcuno gli propose di parlare con Rabbi Glukovski e gli diede il suo numero. Rabbi Glukowski espresse tutta la sua comprensione, ma disse di non capire in che modo potesse aiutarlo. Non aveva alcuna esperienza di sette o culti. Certo non era tipo da ritirarsi davanti ad una sfida e per giunta nutriva un grandissimo amore per tutta l’umanità, ed in particolare per tutti gli Ebrei, ma di quelle cose lì non capiva nulla. L’uomo all’altro capo del filo, però, non sembrò accettare un no come risposta. Non gli importava se il rabbino ne sapesse di culti, aveva sentito il suo nome da amici ed era convinto che, se qualcuno poteva aiutare suo figlio, quello era lui. Aveva ormai provato di tutto e bussato a tante porte, ma niente aveva funzionato. Il padre disse di sapere forse dove poteva trovarsi suo figlio, e cioè in un ashram a Toronto, non lontano dal luogo di lavoro del rabbino. Rabbi Glukowski sentì di dover accettare la sfida. Senza avere alcun piano preciso, né una strategia e neppure alcuna informazione su quella gente, la mattina successiva, di buon’ora, dopo aver localizzato l’ashram, si presentò alla porta d’ingresso e, con un gran sorriso, dopo una breve preghiera, cominciò a bussare. In un primo momento nessuno rispose. Probabilmente, dallo spioncino avevano visto che si trattava di un Ebreo religioso e avevano deciso di ignorarlo, finché non se ne fosse andato. Ma dopo aver bussato per dieci minuti senza sosta, all’interno si arresero e una voce roca rispose: “Chi è?! Che cosa vuole?” “Salve!” rispose il rabbino baldanzosamente: “Il mio nome è Glukowski, Rabbi Glukowski, e voglio parlare con Sheldon Greenbaum. Si trova qui qualcuno di nome Sheldon Greenbaum? I suoi genitori sono preoccupati per lui”. Ci furono alcuni momenti di silenzio e Rabbi Glukovski considerò l'ipotesi di ricominciare a bussare per altri dieci minuti, quando sentì una voce diversa provenire dall’interno: “Sono io, Sheldon.” “Sheldon? Sheldon Greenbaum?” urlò il rabbino. Un debole grugnito che significava ‘sì’ si udì dall’altra parte. “Ciao Sheldon! Tuo padre mi ha chiamato, poiché è molto preoccupato.” “Sto bene!” rispose. “Senti Sheldon, fammi un favore. Tuo padre mi ha chiamato e mi ha chiesto di contattarti perché è preoccupato e ha detto che avrebbe chiamato la polizia.” “E allora, cosa vuole che faccia?” Il Rabbino dovette pensare velocemente ad un’idea, ed ecco, improvvisamente... l’idea! “Senti, se lo chiami tu non ti crederà. Penserà che ti hanno fatto il lavaggio del cervello. E se lo chiamo io, cosa posso dirgli? Non posso mentire e dire che stai bene. Non ti ho neanche visto. Così avrei un’idea ..” Rabbi Glukowski sapeva che stava davvero rischiando il tutto per tutto, ma non si fermò. “Vieni a casa mia questo Shabbat e poi io potrò dire a tuo padre che ti ho visto per un giorno intero e che non si deve preoccupare. Che ne dici?” “Un momento”, fu la risposta. Dopo qualche minuto di silenzio la porta si aprì e uscì fuori un giovane esile e con i capelli rasati, tranne per un ciuffo sulla parte superiore, con una sorta di ornamento che penzolava in mezzo agli occhi. Indossava una tunica arancione, dei sandali e portava a tracolla una specie di borsa di pelle informe, che sembrava venire dal Tibet. “Sono pronto”, disse. Rabbi Glukowski lo portò a casa sua, che era solo ad un paio di isolati di distanza, gli mostrò una stanza nel seminterrato e gli chiese se volesse qualcosa da mangiare o da bere, o se volesse farsi una doccia. Ma Sheldon, con un mezzo sorriso, seduto con la schiena dritta, scosse la testa negativamente. Quella sera, come il rabbino aveva previsto, Sheldon rifiutò la sua offerta di andare con lui ed i suoi figli alla Sinagoga. Quando tornarono dalla preghiera, un’ora più tardi, tutti si sedettero, Sheldon incluso, per il pasto dello Shabbat. Per fortuna c’erano abbastanza patate, insalata e pane per nutrire soddisfacentemente il loro ospite, che era vegetariano. Rabbi Glukowski si accorse presto che tutte le parole di Torà che era solito dire a tavola non riuscivano a toccare Sheldon. Provò allora con qualche battuta, ma anche in questo caso non vide alcuna reazione. Provò con una storia ...nessuna reazione, qualcosa su famiglia, vita, sport, hobby, animali... ma, niente da fare; Sheldon si limitava a sorridere, dritto sulla propria sedia, e ad annuire con la testa. Alla fine disse alcune parole, prima di ritirarsi in camera sua. Quella notte Rabbi Glukowski fu svegliato da un rumore basso, come di un gemito che arrivava fino in camera sua dal seminterrato. Si alzò per dare un’occhiata. Man mano che scendeva, il gemito si faceva più forte, finché, arrivato alla camera di Sheldon, si rese conto di star assistendo ad una sorta di rito. Sheldon aveva un’immagine, una sorta di statua, appoggiata ad una sedia davanti a lui e si stava di fatto inchinando ad essa, cantando un mantra monotono. Per il rabbino, questo era troppo da sopportare: non aveva mai visto nella realtà un Ebreo adorare un idolo - e certamente non proprio qui, in casa sua! Non sapeva cosa fare! Lasciare che continuasse era fuori questione, ma d’altra parte non poteva arrabbiarsi o mandarlo via ... Povero Sheldon, certo pensava di stare facendo un grande mizvà! Così Rabbi Glukowski si sedette tutta la notte a parlare con lui. Di tanto in tanto andava a prendersi una tazza di caffè per tenersi sveglio, ma non smise mai di parlargli. Non fece alcun accenno all’idolatria, perché non sapeva cosa dire, e non parlò troppo neanche di Ebraismo, perché avrebbe allontanato Sheldon, parlò invece di tutto il resto che c’é sotto il sole, soprattutto storie. L’indomani, Sheldon era così esausto che dormì tutto il giorno, svegliandosi solo per il pasto dello Shabbat e, non serve dirlo, il rabbino Glukowski era uno straccio. Avrebbe voluto riposare un paio d’ore, ma lo Shabbat era per lui uno dei giorni più intensi, fra la preghiera, il tempo da dedicare alla sua famiglia e le diverse lezioni che dava. Parecchi anni più tardi, Rabbi Glukowski morì ed i suoi figli, i quali si erano intanto sposati ed avevano avuto figli a loro volta, trascorsero il periodo di lutto di sette giorni nella sua casa di Toronto. Centinaia di persone vennero a confortare la famiglia e a lodare il defunto. Tra loro c’era anche un uomo esile, di mezza età, dall’aspetto religioso e con gli occhi luccicanti, che nessuno sembrava conoscere. Si sedette di fronte ai famigliari in lutto e disse: “Quando ho sentito che vostro padre era morto, ho dovuto venire. Non mi riconoscete? Sono stato a casa vostra circa quindici anni fa, per uno Shabbat. Eravate tutti più giovani, ed io allora avevo la testa rasata e una tunica arancione.” Raccontò loro come in quello Shabbat avesse avuto modo di cominciare a pensare per la prima volta nella sua vita seriamente alla sua anima ebraica. In seguito, decise di approfondire la cosa, andando a studiare in una yeshivà per circa un anno, e la cosa gli piacque. “Sai cosa è stato?” concluse il suo racconto, “Sai cosa mi ha davvero colpito di vostro padre? Non fu niente di quello che disse. In realtà non mi ricordo neppure di cosa parlò. Fu il suo amore. Non avevo mai visto un amore così incondizionato in tutta la mia vita. Questo fu ciò che mi fece cambiare idea.”

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