Salvezza all’ultimo


Abitava a Londra, in una delle tante vie avvolte dalla tipica nebbia londinese. Ebreo di origine tedesca, ‘yeki’, era tipo, a dir poco, per niente simpatico. Qualcosa del tutto particolare accadeva, però, quando si trovava, davanti a lui, un chassìd Chabad: il suo comportamento, allora, cambiava completamente, passando da un estremo all’altro. In quel caso, egli si comportava con la massima gentilezza e rispetto, uscendo completamente dai suoi canoni abituali, come se i ‘Chabàdnikim’ fossero una specie umana del tutto a parte. La fama di quell’Ebreo così strano, arrivò all’orecchio di rav Nachman Sodek, emissario del Rebbe di Lubavich a Londra, che decise di verificare la cosa di persona. Egli era convinto che, dietro allo strano comportamento di quell’uomo misterioso, dovesse nascondersi una storia particolare, connessa al Rebbe. Rav Sodek contattò quell’uomo, si presentò e lo pregò di essere ricevuto. Fu così che i due si ritrovarono a prendere un tè insieme.

   Non vi fu bisogno di alcuna particolare sollecitazione: l’uomo iniziò quasi subito a raccontare la sua storia incredibile. “Ho un nipote a New York, col quale, in particolare, mi mantengo in contatto. A suo tempo, egli dovette essere ricoverato in ospedale, per una operazione di poco conto. L’operazione fu eseguita con successo e già era stata fissata la data della sua dimissione. Solo che, all’improvviso, e senza alcun motivo evidente, la condizione di mio nipote iniziò a peggiorare. Il suo fisico, che si era quasi del tutto ripreso dall’operazione, iniziò a dare segni di grave debolezza. Il suo viso si fece sempre più pallido, perse l’appetito e qualsiasi piccolo sforzo lo spossava completamente. I medici lo sottoposero ad una lunga serie di analisi, dalle quali, però, non risultò assolutamente nulla in grado di spiegare il fenomeno. I giorni passarono e la debolezza aumentava, senza che i medici riuscissero a fare nulla per fermare quel processo. Nonostante tutti i tentativi, essi non riuscivano ad arrivare a formulare neppure un’ipotesi, che permettesse di capire cosa provocasse quei sintomi.

   In quanto abitanti di New York, arrivò all’orecchio della famiglia la voce dell’aiuto miracoloso che migliaia di persone avevano ricevuto, per essersi rivolti al Rebbe di Lubavich, riguardo a problemi di tutti i tipi: spirituali, personali, economici, di salute, ecc. Lo stile di vita della famiglia era lontano quanto più non si può dall’andare a chiedere aiuto e consiglio ad un rabbino chassidico. Data, però, la gravità della condizione del malato, essi decisero di provare. In ogni caso, non avevano nulla da perdere. Uno dei famigliari si occupò di chiedere un appuntamento urgente, per un incontro con il Rebbe. L’incontro fu fissato e l’uomo, entrato dal Rebbe, raccontò tutto lo svolgersi della vicenda e la situazione critica ed inspiegabile nella quale si trovava mio nipote, che ormai non era più in grado neppure di reggersi in piedi. Egli raccontò anche quanto grande fosse lo scoraggiamento di tutti, fra i quali i medici stessi, che non riuscivano a proporre alcun rimedio efficace, capace di risolvere il problema. Dopo aver riversato tutto il proprio dolore, l’uomo chiese al Rebbe una benedizione di completa guarigione.

   Il Rebbe dette la sua benedizione, ma non prima di aver aggiunto una direttiva, che risultò a dir poco strana: “Cambiate l’infermiera che si occupa del malato, ed in poco tempo egli guarirà e lascerà l’ospedale”. I famigliari, come ho detto, non erano dei chassidìm e non erano abituati ad obbedire ciecamente a delle direttive, che neppure comprendevano; in particolare, poi, comportando la direttiva del Rebbe un compito per nulla piacevole, dato che, fino a quel momento, l’infermiera in questione aveva dimostrato una dedizione fuori del comune, nella cura del malato. Nonostante i dubbi e le incertezze, fu deciso, alla fine, di accogliere il consiglio del Rebbe, e l’infermiera fu cambiata. Non passarono più di poche ore, che l’incredibile si verificò. Il colore iniziò a tornare sulle guance del malato e fu possibile vedere un evidente miglioramento nella sua condizione. Dopo due soli giorni, egli fu già in grado di camminare e ormai si parlava della sua imminente dimissione dall’ospedale.

    I medici erano a dir poco sbalorditi dall’inspiegabile improvviso miglioramento. Come non erano riusciti a capire da cosa derivasse l’aggravamento, così non riuscivano a capire cosa avesse causato il miglioramento. Spinti dalla curiosità, decisero di indagare presso l’infermiera, senza pensare veramente che da lì sarebbe uscito molto. Quando, però, iniziarono a porle domande sul trattamento che aveva dato al malato, la videro letteralmente cambiare colore. Dopo neppure molta insistenza, ella confessò di essere stata la causa del misterioso aggravamento del malato. Si scoprì, allora, che l’infermiera così ‘devota’ era una tedesca piena di odio per gli Ebrei. In quanto unica responsabile delle cure di mio nipote, sapeva che nessuno avrebbe controllato le sue azioni, e così non si fece alcun problema nell’introdurre nelle flebo dosi minime, ma costanti di veleno. La quantità era così piccola da non poter essere individuata dalle analisi, ma sufficiente a danneggiare gravemente il malato. La sua intenzione era di continuare fino a quando, in breve tempo, mio nipote non sarebbe più stato fra i vivi. Solo gli occhi profetici del vostro Rebbe, hanno potuto salvare mio nipote da morte certa. Potete capire, ora, la mia grande simpatia per i chassidìm di Chabad.” Mentre ancora parlava, l’uomo si tolse il cappello avanti a rav Sodek, che sedeva ancora sbalordito e a bocca spalancata….

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