Salute del corpo e salute dell’anima


Una spiritualità sana Il popolo d’Israele e la Torà sono una sola ed unica cosa. Parallelamente quindi al cambiamento occorso alla Torà col 19 di Kislèv, anche il popolo d’Israele ha vissuto un cambiamento analogo. La stessa innovazione avvenuta per la Torà, ossia la rivelazione della sua parte interiore, è avvenuta anche per il popolo d’Israele. L’anima ebraica, invisibile e nascosta, ha incominciato a risplendere in modo manifesto. Non basta più che l’Ebreo si comporti secondi i dettami della Torà e che la sua anima abbia il controllo sul suo corpo. L’anima deve arrivare ad un grado di rivelazione tale da far perdere al corpo ogni sua importanza. Tutta la realtà dell’Ebreo è solo quella di essere un santuario per il Santo, benedetto Egli sia, come è detto: “In tutte le tue vie conosciLo”. Non solo al tempo della preghiera e dello studio della Torà, le azioni dell’Ebreo dovranno essere rivolte a D-O, ma anche in tutti gli altri momenti della sua vita, quando mangia o lavora, la sua anima Divina deve poter essere riconoscibile in modo manifesto. Anche nelle azioni materiali ciò che sarà percepito non saranno le necessità del corpo, ma solo la luce dell’anima. L’uomo, in genere, non ha una sensazione degli organi del proprio corpo. Quando egli li percepisce, quando ‘si ricorda’ di uno di essi? Quando si ammala, quando sente dolore, è stanco, indolenzito o debole. La stessa cosa accade riguardo allo spirito. Quando la spiritualità è ‘sana’, l’Ebreo è completo e non sente il proprio corpo. La sua anima risplende in modo rivelato. Quando invece, D-O non voglia, la sua condizione spirituale è degradata, vi è un crollo, un indebolimento, allora il corpo è sentito. La materialità si evidenzia, mentre l’anima torna ad essere nascosta.

A cosa attribuire importanza? A casa dell’Admòr HaZakèn, arrivò un giorno un ospite molto importante. Ognuno volle partecipare in qualche modo ai preparativi in onore dell’ospite e così i lavori vennero divisi. Solo una cosa dimenticarono di stabilire: chi avrebbe salato le pietanze. Durante i preparativi, ognuno si ricordò che bisognava aggiungere il sale. Non essendoci però un responsabile, per il grande desiderio di fare il meglio per l’ospite, ognuno pensò bene di prendersi quel compito, senza avvisare di ciò gli altri. Quando le pietanze furono servite in tavola, l’Admòr HaZakèn le mangiò come al solito, mentre l’ospite, al primo assaggio, allontanò subito il piatto. Il Rebbe gli chiese perché non mangiasse, e quando l’ospite rispose che era tutto troppo salato, disse: “Quando ero ancora a Mezeritsh, lavorai su me stesso così da non sentire il sapore nel cibo.” Pur essendo il Rebbe ad un livello molto elevato, il fatto che questa storia sia arrivata fino a noi, indica che anche noi dobbiamo imparare qualcosa da essa: non sentire il corpo, ma solo l’anima che risplende in esso manifestamente. (Da Likutèi Sichòt, vol. 10, pag. 102-106)

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