Rompere l’ostinazione


Ostinazione naturale La chiave per comprendere l’enigma si trova nel commento di Rashi. Egli interpreta la parola ‘cavèd’ (duro, ostinato) come attributo in sé, e non come il risultato di un’azione di indurimento. Ciò vuol dire che il cuore di Parò era già duro di per sé, e non solo perché D-O l’aveva indurito. Si trovano qui perciò due fattori paralleli: da un lato il cuore di Parò era duro di per se stesso, e seguiva una sua naturale ostinazione che lo portò ad opporsi alla volontà di D-O; dall’altro, D-O indurì maggiormente il suo cuore, in modo da renderlo ancora più ostinato di quanto non fosse già per sua natura.

Cervello, cuore, fegato Questa caratteristica dell’ostinazione è chiamata dalla Chassidùt ‘klipà di Parò’ (‘klipà’, letteralmente ‘buccia’, ‘scorza’, rappresenta quelle forze che, come la buccia nasconde il frutto, occultano il Divino, facendo apparire il mondo solo nel suo aspetto materiale, privo di ogni origine spirituale e presenza Divina). Le lettere di ‘Parò’ compongono anche il termine ebraico ‘haoref’ (la nuca), che è usato nell’espressione ‘di dura cervice’, ossia testardo, ostinato. La caratteristica di questo attributo è un’ostinazione irrazionale, che porta l’uomo ad andare addirittura contro a ciò che il suo stesso intelletto e le sue stesse emozioni gli dicono di fare. Il concetto trova una sua allusione anche nella parola ‘cavèd’. È noto che le facoltà della persona si dividono in generale secondo tre organi principali del corpo: il cervello (intelletto), il cuore (emozione), il fegato (facoltà di azione). Secondo l’ordine corretto, all’inizio l’uomo pensa alle cose, finché arriva ad una qualche conclusione mentale; dopo di ciò, egli fa nascere nel suo cuore delle emozioni verso l’idea che ha sviluppato, ed infine, dopo essere passato dall’intelletto e dall’emozione, arriva alla decisione che porta alla realizzazione dell’idea attraverso l’azione. Quando però ‘il cuore di Parò è kavèd’, ‘duro’, anche inteso come cavèd / fegato, quando cioè il ‘cuore’ si trasforma in ‘fegato’ e cioè la determinazione operativa viene al posto della ragione e dell’emozione, ci si trova allora davanti all’ostinazione pura.

Moshè contro Parò Questa ostinazione, chiamata ‘klipà di Parò’, può trovarsi in ognuno di noi, ed essere di ostacolo al nostro servizio Divino. Per superare questo tipo di ostinazione e non lasciare che prenda il sopravvento, noi dobbiamo utilizzare un’altra forma di ostinazione: un’ostinazione dalla parte della santità. Quest’ostinazione è ciò che viene chiamata ‘kabalàt ol’, ‘sottomissione’, ‘accettazione del giogo’. L’Ebreo deve impiantare nel proprio animo l’accettazione del giogo del regno dei Cieli, una sottomissione cioè alla volontà Divina che non dipende dal ragionamento o dall’emozione o da un qualsiasi stato d’animo. Egli accetta la sovranità Divina e di conseguenza la Sua volontà ad ogni condizione ed in ogni situazione. Questa fu la forza che aveva il nostro maestro Moshè. Nonostante la sua saggezza e la sua grandezza, Moshè si annullava completamente davanti a D-O. Quando qualcosa riguardava la volontà Divina, egli metteva da parte la propria comprensione e i propri sentimenti e si dedicava completamente all’adempimento della volontà Superiore. Proprio per questo motivo, egli poté vincere l’ostinazione del faraone.

(Da Likutèi Sichòt, vol. 31, pag. 28)

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