Quello che il Rebbe vede

Rabbi Kahn vide un uomo sulla trentina, dall’abbigliamento casual e un lungo codino. Quell’uomo sembrava uscito da una notte in bianco, gli occhi incavati e la barba incolta.“Non si ricorda di me? Sono Yechezkèl"...

 Era una domenica mattina, quando Rabbi Kahn, entrando a ‘770’, la grande sinagoga e centro di studio del Rebbe di Lubavich a Brooklyn, sentì chiamare il proprio nome. “Ehi, Rabbi! Rabbi Kahn! Si ricorda di me?” Girandosi, Rabbi Kahn vide un uomo sulla trentina, dall’abbigliamento casual e un lungo codino. Quell’uomo sembrava uscito da una notte in bianco, gli occhi incavati e la barba incolta. Rabbi Kahn non riuscì a riconoscerlo. “Non si ricorda di me? Sono Yechezkèl (pseudonimo), della yeshivà x, dove lei ha dato lezioni di Tanya dieci anni fa.” Ora ricordava. Yechezkèl era il ‘genio’ di una delle yeshivòt di ‘mitnagdim’ (oppositori della Chassidùt, Ebrei tementi di D-O, ma convinti che gli insegnamenti dei Rebbe di Chabad siano contrari allo spirito dell’Ebraismo), dove Rabbi Kahn aveva dato delle lezioni ‘clandestine’ di Tanya, il testo fondamentale della Chassidùt Chabad.

  

 Nonostante gli ostacoli, quelle lezioni venivano frequentate da più di venti partecipanti ogni settimana. Molti di quegli allievi erano cresciuti in famiglie chassidiche o avevano studiato già Tanya in altre occasioni e sapevano bene che quell’opposizione era uno sbaglio. Yechezkèl, invece, si era sempre rifiutato di partecipare a quelle lezioni e spesso, con atteggiamento provocatorio, si era presentato al loro termine con domande cavillose, nel tentativo di far fare brutta figura al Rabbi. Nonostante ciò, alla fine egli incominciò a nutrire un certo rispetto per Rabbi Kahn, tanto che, un giorno, lo pregò di organizzargli un incontro privato (yechidùt) con il Rebbe di Lubavich. Perché no? Per quel che lo riguardava, Yechezkèl aveva ormai sorpassato tutti i rabbini e gli insegnanti che conosceva. Egli aveva alcune domande di Talmùd alle quali nessuno era riuscito a rispondere e, chissà, forse questo Rebbe avrebbe avuto qualcosa da insegnargli.

  

Il grande momento arrivò. Erano passate le due del mattino, quando finalmente Yechezkèl entrò nella stanza del Rebbe. Dopo un lungo lasso di tempo, egli ne uscì silenzioso, e, sempre senza proferir parola, abbandonò l’edificio, senza raccontare nulla di quanto era accaduto a Rabbi Kahn, che lo aveva aspettato fuori ansiosamente. Questo era accaduto dieci anni prima, e da allora i due non si erano più incontrati. “Se è ancora valida, avrei piacere di accettare la vostra offerta di allora, di studiare Chassidùt.” Ovviamente Rabbi Kahn acconsentì con gioia e, dopo alcuni incontri, Yechezkèl decise finalmente di aprirsi e di rivelargli cosa lo aveva portato a quella decisione.

 

“Certo vorrà sapere cosa accadde allora, nell’ufficio del Rebbe. Ebbene, vi ero entrato con domande alle quali nessuno dei rabbini della nostra yeshivà aveva saputo rispondere ed ero proprio curioso di vedere se il Rebbe era veramente quel genio fenomenale di cui tutti parlavano. In effetti, rimasi attonito, quando lo vidi rispondere in pochi minuti a tutte le mie domande in modo chiaro e con spiegazioni precise. Dopo di ciò, egli mi chiese dove studiassi e, alla mia risposta, mi disse che era preferibile per me studiare in un luogo dove venisse insegnata anche la Chassidùt. Nonostante fossi stato testimone delle eccezionali capacità di quella mente superiore, mi rifiutai di prendere in considerazione la sua idea. Egli mi parlò per quasi un’ora, ed a un certo punto mi disse: ‘Se qualcuno studia Torà, senza alcuna sensazione del ‘D-O Che dà la Torà’, può addirittura succedere che, non ricevendo l’attenzione che desidera, egli si arrabbi, si senta depresso e commetta alcuni lievi peccati come (ed il Rebbe diede degli esempi), ed in seguito peccati ancora più gravi (e qui diede ancora più esempi) finché, D-O non permetta, è possibile che egli abbandoni completamente l’Ebraismo.’

  

Tornato in yeshivà, mi dimenticai ben presto di tutto ciò, ma, dopo alcuni mesi, mi accadde di parlare in pubblico, e qualcuno mi colse in fallo: ‘Ehi, furbone! Ti sei dimenticato un semplice Tosfot!! Mi sembra di capire che non sei poi così intelligente come pensi.’ In seguito a quel commento, mi sentii così arrabbiato ed imbarazzato, che per alcuni giorni non tornai nella sala di studio. Prima ancora di rendermene conto, la rabbia si trasformò in depressione. Mi ritrovai a dormire tutto il giorno e ad uscire in città la notte, vivendo come un gentile, fino a che non tornai più alla yeshivà. Entrai in affari, smisi un po’ alla volta l’osservanza di tutti i precetti, mi sposai con una ragazza non osservante, ebbi dei figli e impostai così una vita ‘normale’.

  

Fu allora che, un giorno, mio figlio di otto anni tornò da scuola piangendo. Qualcuno lo aveva chiamato ‘sporco Ebreo’. Gli dissi di non farci caso, ma lui non si accontentò. Voleva sapere cosa fosse un Ebreo e cosa fosse uno ‘sporco’ Ebreo e, soprattutto, perché avessero chiamato così proprio lui. Cercai di prender tempo poiché, di fatto, non sapevo cosa dirgli. Il giorno dopo, andando al lavoro, mi capitò di vedere in un’edicola il ‘Jewish Press’, un giornale Ebraico. Pensai che forse vi avrei trovato un’idea che potesse aiutarmi. Sfogliandolo, vidi una foto del Rebbe di Lubavich seguita dall’annuncio di una sua conferenza pubblica (itvaadùt, incontro chassidico), che si sarebbe tenuta pochi giorni dopo. Decisi di andarvi.

    

Il luogo era affollato da migliaia di persone. Riuscii ad infilarmi e, con mia grande sorpresa, non appena fui in grado di prestare attenzione a quello che veniva detto, colsi queste parole del Rebbe: ‘Se qualcuno studia Torà, senza alcuna sensazione del ‘D-O Che dà la Torà’, può addirittura succedere che, non ricevendo l’attenzione che desidera, egli si arrabbi, si senta depresso e commetta alcuni lievi peccati come (ed il Rebbe diede degli esempi), ed in seguito peccati ancora più gravi (e qui diede ancora più esempi) finché, D-O non permetta, è possibile che egli abbandoni completamente l’Ebraismo.’ Mi capitò di andare ancora a due itvaduiòt nel giro di qualche mese e, senza fallo, ogni volta il Rebbe ripeté esattamente quella stessa frase. Ieri, però, quando al termine del discorso la gente è passata davanti al Rebbe per ricevere un po’ del vino sul quale egli aveva recitato la benedizione (koss shel bracha), mi sono messo in fila anch’io e, quando è arrivato il mio turno, il Rebbe mi ha sorriso e mi ha detto: ‘Nu (e allora) Yechezkèl, forse è arrivato il momento che tu cominci a studiare Chassidùt.’ ...Per questo ho deciso di cominciare a studiare!

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