Quando ci si sente capiti

Aggiornato il: lug 8

Chana si mise in fila, e quando arrivò il suo turno e si trovò davanti al Rebbe, esordì con una dichiarazione provocatoria, dicendo di non credere né nella religione, né nella Torà e tantomeno nei Giusti. Poi, scrutò il viso del Rebbe per vedere la sua reazione. Ma la risposta del Rebbe la lasciò ammutolita e sorpresa. La ragazza uscì da lì in una tempesta di emozioni. “In tutta la mia vita non ho mai parlato con un uomo simile”...


Chana (chiamiamola così) era una ragazza tormentata e confusa. Cresciuta in America, in una famiglia di Ebrei non osservanti, si era purtuttavia sempre sentita naturalmente attratta dalla spiritualità. Anima inquieta, era costantemente alla ricerca di risposte alle mille domande che la tormentavano, domande fondamentali sul significato della vita e di tutto ciò che facciamo. Al tempo della sua adolescenza, correvano gli anni ’60, l’epoca in cui dilagava fra i giovani l’ideologia degli hippy, i ‘figli dei fiori’, che predicava un modello di vita a carattere comunitario, basato sulla pace e sull’amore, che contestava in modo non violento la società dei consumi, ribellandosi alla cultura vigente. Chana ben presto entrò a farvi parte, divenendone in breve tempo una specie di piccolo leader. Iniziò a girare il mondo, cercando in ogni dove una fonte capace di spegnere quella sete spirituale che la tormentava e non le dava pace. Ma le risposte non arrivavano, e Chana cominciò ormai a pensare che neppure esistessero. Le piaceva sfidare tutti in dispute e discussioni, col tono provocante di chi è sicuro di non poter essere messo in difficoltà da nessuno. Ad un certo punto della sua vita, ‘approdò’ a Crown Heights, il quartiere di Brooklyn dove ha sede il centro mondiale del movimento Chabad. Lei stessa non sapeva spiegarsi come mai fosse finita lì. “Solo un’altra tappa nell’interminabile viaggio della vita” disse a se stessa. Una donna del posto, con la quale cominciò a parlare, le consigliò di entrare nella casa di studio e di preghiera del Rebbe di Lubavich. “Proprio oggi, il Rebbe tiene un discorso particolare per le donne.” Si trattava di uno fra i vari eventi ricorrenti, il cui uso era stato introdotto dal Rebbe, rivolti alle donne; un’innovazione assoluta allora, rispetto agli altri ambienti religiosi Ebraici. In quelle occasioni, il Rebbe si rivolgeva al pubblico femminile, toccando gli argomenti dell’educazione, della famiglia e di tutto ciò che riguarda la figura della donna. L’atmosfera durante quei discorsi era particolare e diversa, proprio per la natura del suo pubblico. Era normale infatti sentire i mormorii e le voci dei neonati che accompagnavano le madri, e l’espressione del Rebbe tradiva la gioia d’animo, che quei suoni gli procuravano. In quegli anni in particolare, il Rebbe era solito fermarsi alla fine del discorso, permettendo a chi fra le donne si sentiva tormentata da qualche problema, di parlarne per ricevere consigli e risposte. Chana, che era entrata con la donna che aveva appena conosciuto e, in segno di cortesia, era rimasta fino alla fine del discorso, pensava già di andarsene. “Adesso tu vai dal Rebbe!” sentì che le diceva la donna, mentre le dava una leggera gomitata. “Vai, e digli tutto quello che ti tormenta!” La cosa a Chana sembrava del tutto fuori posto. Non credeva nella religione, e tanto meno nei suoi rappresentanti! Ma la donna non si dava per vinta. “Cosa t’importa? Parla col Rebbe. Poi potrai sempre farti l’idea che vorrai.” E così, Chana si mise in fila, e quando arrivò il suo turno e si trovò davanti al Rebbe, esordì con una dichiarazione provocatoria, dicendo di non credere né nella religione, né nella Torà e tantomeno nei Giusti. Poi, scrutò il viso del Rebbe per vedere la sua reazione. Il Rebbe sorrise. “Se, D-O non voglia, non credi nella Torà, perché sei venuta qui?” “Volevo dirvi”, ella rispose, “che voi non educate la gente a pensare in modo autonomo. Qui è tutto diretto dall’alto, dal... Rebbe.” Il Rebbe continuò a sorridere. “Ma ancora non ho capito perché sei venuta qui?” “Mi ci hanno trascinata”, disse Chana. “E cosa ne è della tua indipendenza?” chiese il Rebbe. “Hai spiegato così bene, infatti, che l’uomo deve essere guidato nelle sue azioni dal proprio pensiero indipendente.” “Avete ragione, Rebbe”, rispose Chana, che cominciava ad ammorbidirsi un po’. “Ma è vero che mi hanno trascinata qui.” “Comprendo,” rispose il Rebbe “e sono contento che tu sia venuta. E dal momento che ormai sei qui, vorresti forse chiedere qualcosa?” “Sì”, rispose Chana, alla quale si era affacciata un’idea. “In effetti ho una domanda: studio psicologia all’università, e i miei genitori vogliono che continui gli studi. Io però voglio andare nel lontano oriente, e studiare ceramica. Cosa pensa il Rebbe che io debba fare?” Il Rebbe, dopo una breve pausa, rispose: “Io penso che entrambe le idee siano ottime e interessanti. Al mondo c’è bisogno di entrambe le cose, ed io non posso dire che una sia migliore dell’altra. Ho però una terza idea: forse conviene che tu dedichi un po’di tempo a conoscere te stessa. Hai detto infatti che l’uomo deve essere indipendente. Devi conoscere quindi bene ciò che hai dentro, la tua interiorità, la tua vera essenza, per poter essere autonoma. Sarebbe una buona cosa se tu potessi studiare cos’é l’Ebraismo, poiché da qui deriva la tua realtà. Che tu possa avere successo.” La ragazza uscì da lì in una tempesta di emozioni. “In tutta la mia vita non ho mai parlato con un uomo simile” disse a chi era interessato ad ascoltarla. “La sua apertura, la sua logica sana, il suo approccio particolare mi hanno conquistata”. Trascorsa qualche settimana, Chana fu ricevuta dal Rebbe in un incontro privato. Le avevano proposto di andare a studiare all’‘Istituto Chanà’, nel Minnesota, un centro di studio di Ebraismo per ragazze, e Chana voleva sapere se il Rebbe raccomandava quella scelta. Questa volta Chana si rivolse al Rebbe con rispetto, e nel suo tono non vi era nemmeno un’ombra di sfida. “Tu pensi che riceverai da me una risposta obiettiva?”, sorrise il Rebbe. “Certo che appoggio questa scelta! Ma io, non sono obiettivo...”, ripeté. Chana entrò nell’‘Istituto Chanà’, e lì ricevette risposte a tutte le domande che da sempre l’avevano tormentata. Alla fin fine, l’anima di Chana trovò l’appagamento che aveva tanto cercato.


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