Pubblicizzare i miracoli


 L’esilio in Egitto e la seguente liberazione sono la radice e la fonte di  ogni altro esilio e redenzione del Popolo Ebraico e soprattutto della Redenzione vera e completa, come dice il verso: “Come nei giorni della vostra uscita dall’Egitto, Io vi mostrerò prodigi.” Fra gli avvenimenti più di rilievo, che precedettero l’Esodo dei Figli d’Israele dall’Egitto, spiccano soprattutto le Dieci Piaghe. Ogni piaga colpì duramente il Faraone e tutto l’Egitto, ma solo l’ultima, quella dei ‘primogeniti’, riuscì a spezzare completamente la sua resistenza, aprendo le porte della libertà. Sapendo D-O che solo dopo questa piaga, il Faraone avrebbe ceduto, perché lo fece colpire da tutte dieci le piaghe? Per raggiungere lo scopo, sarebbe bastata solo l’ultima, la decima. Di fatto, secondo l’intenzione Divina, il processo delle dieci piaghe doveva servire come preparazione all’uscita dall’Egitto (Mizràim), che, sul piano spirituale, ha il significato della liberazione dai ‘limiti’ (meizarìm), da ciò che limita lo spirito. Ciò che è spirituale, nella Galùt (esilio), rimane nascosto.

        La ‘realtà’, nella Galùt, è di fatto uno stato di disordine: il bene appare come male, ed il male come bene; la verità Divina ci appare come qualcosa di troppo elevato, astratto, inafferrabile, mentre il mondo materiale, così come noi lo vediamo, prende un’importanza ed un ruolo principale nella nostra vita. Tutto ciò può accadere, perché la luce Divina, che è il vero bene, nella sua infinitezza, non raggiunge uno stato di rivelazione in questo mondo fisico e materiale, ma resta piuttosto in uno stato di nascondimento.

      Vedere il mondo solo in un determinato modo, pensare, parlare ed agire basandosi su ciò che si vede e che si è abituati a riconoscere è ciò che caratterizza l’aspetto limitativo della Galùt. Il mondo è preso come dato di fatto, mentre il Divino come innovazione eccezionale. Per raggiungere uno stato di Redenzione, in cui l’infinita luce Divina possa splendere in modo rivelato per tutti, c’è bisogno di una preparazione, che ci aiuti a liberarci dal nostro modo di vedere così limitato, dalla ‘cecità’ cui la Galùt ci ha abituato. Lo stato di Galùt ci fa accettare come cosa scontata, che il mondo come lo vediamo vada bene, che ‘l’Egitto’ vada bene, che il bene più grande e più vero lo si trovi nei limiti (meizarìm) e nelle restrizioni della schiavitù in Egitto. Per poter uscire dall’Egitto, per poter procedere verso l’eccezionale rivelazione del ‘Matàn Torà’, ‘Mizràim’ dovette passare per il processo di purificazione delle Dieci Piaghe, per portare i ‘meizarìm’ al riconoscimento di “E l’Egitto saprà che Io sono HaShem”.

      Quando Moshè Rabèinu chiese al Faraone, a nome di HaShem, di lasciare andare il Suo Popolo, il Faraone rispose: “Chi è HaShem, che io debba ascoltare la Sua voce…Io non conosco HaShem”. Il Faraone, esperto in ogni tipo di idolatria esistente a quel tempo, conosceva di fatto solo e niente di più che ‘forze naturali’. Moshè parlò in nome di HaShem, usando il nome Havaye, che rispecchia il livello Divino, che trascende la natura. Questo livello era sconosciuto al Faraone. Per questo, perché anche l’Egitto, la condizione che limita lo spirito, potesse riconoscere che “Io sono Havaye”, un livello molto più in alto della natura, l’Egitto dovette passare l’effetto purificatorio delle Dieci Piaghe. 

      Il passaggio, condotto da Moshè, dall’esilio alla redenzione, dalla visione limitata della Galùt a quella vera della rivelazione Divina del ‘Matàn Torà’, esiste anche ai nostri giorni. Allora gli strumenti furono le dieci piaghe; oggi, negli ultimi momenti che precedono la Gheulà, la preparazione è più che mai necessaria, ma gli strumenti che il Rebbe, ‘Moshè Rabèinu’ della nostra generazione, ci ha dato, sono differenti, sono strumenti positivi, che hanno il compito, non di spezzare la Galùt, ma di farvi risplendere in modo rivelato la luce Divina della Gheulà. Il Rebbe ci chiede oggi di liberare il mondo dalla sua visione di Galùt e di instillarvi una visione di Gheulà, col pubblicizzare i miracoli che D-O fa per ciascuno di noi. Noi dobbiamo fare in modo, che il mondo sperimenti un po’della rivelazione di ciò che è superiore alla natura, liberandolo dal suo modo di percepire la vita nella Galùt, come fatto assoluto. Vi sono miracoli nel mondo. Vi è una realtà, che va al di là dei limiti della routine della Galùt.

       Un miracolo è un fenomeno soprannaturale, che porta la persona, che lo vive, ad un cambiamento delle nozioni convenzionali, che prevalgono nel suo mondo. L’abitudine viene rotta, e tutto può essere visto su un altro piano: “Può essere che una forza superiore conduca i miei passi. Forse, la mia vita normale quotidiana non è un dato di fatto.” Da qui è possibile un cambiamento, quando ciò diventa consapevolezza, esperienza vissuta e non qualcosa che si legge nei libri. Essendo noi immersi in un mondo limitato, dove il Divino è nascosto, ma così vicini alla Gheulà completa, dobbiamo essere pronti ad una forma non convenzionale di rivelazione.

       La vita quotidiana non permette alla persona di credere, che verrà un giorno in cui non ci sarà più sofferenza, ma solo bene, in cui il mondo intero conoscerà il Signore e seguirà le Sue vie, i morti torneranno a vivere, ecc. Secondo le nostre percezioni del tempo della Galùt, tutto ciò ci suona illogico e irreale. Per portare il mondo allo stato necessario di preparazione ad un simile cambiamento, è necessario pubblicizzare i miracoli che D-O opera nel mondo, rivelando la Sua attiva e costante presenza. Ciò porterà il mondo al riconoscimento ed alla consapevolezza che l’avvento di Moshiach può e deve realizzarsi, anche se la nostra mentalità del momento non può figurarsi una cosa simile.

       Una piccola storia aiuterà a dimostrare l’importanza di pubblicizzare i miracoli, come il Rebbe ha richiesto più volte. Il Beit Chabad di una località dell’Australia era solito organizzare ogni anno una festa all’aperto, in occasione di Lag baOmer. Quell’anno, le previsioni del tempo per quel periodo erano così disastrose, che gli organizzatori pensavano già di annullare la celebrazione annuale, che non avrebbe potuto svolgersi sotto una pioggia torrenziale. Il responsabile del Beit Chabad mise per iscritto, in una lettera molto dettagliata, tutti i termini del problema ed inserì la lettera in uno dei volumi di Igròt Kodesh (raccolta di risposte del Rebbe a tutti coloro, che gli si rivolgevano per consigli e benedizioni). La risposta che figurava nella pagina in cui la lettera era stata ‘casualmente’ inserita, conteneva una benedizione di successo per un particolare evento, con l’assicurazione che non vi era motivo di preoccuparsi per le previsioni di pioggia. La risposta incoraggiante convinse gli organizzatori a continuare i preparativi. Col passare dei giorni, però, non solo la pioggia non cessò, ma divenne ancora più forte. Oltre ciò, le previsioni non segnalavano alcun miglioramento per il prossimo futuro. Il giorno della festa arrivò e la pioggia assomigliava quasi ad un diluvio.

     Questo, fino ad un’ora prima del tempo fissato per l’inizio dell’evento. Allora, improvvisamente ed inspiegabilmente, la pioggia cessò, e l’evento ebbe luogo, come da programma. Non appena esso fu terminato, la pioggia riprese a cadere in modo torrenziale, come se niente fosse successo. Questa storia fu pubblicizzata ed ebbe un fortissimo impatto su tutta la comunità. Sotto la sua influenza, da quel giorno, molti chiesero di poter scrivere al Rebbe e si poté assistere a molti altri miracoli. I miracoli devono continuare ad essere pubblicizzati, e ciò porterà il mondo alla realizzazione che “Ecco egli (il Re Moshiach) viene”, come il Rebbe stesso ci dice: “ Il punto essenziale è che così avverrà di fatto e, ancor più, è già avvenuto per noi, al passato, e in particolare, in base al famoso detto dei nostri Rebbeìm riguardo all’annuncio della venuta di Moshiach per mezzo dei giornali, come avviene di fatto nell’ultimo periodo, in cui è stato pubblicato su più giornali di tutto il mondo (e bisogna farlo ancora di più), che “ecco (il re Moshiach) arriva”, e subito “ è già qui”, concretamente, in questo mondo e in maniera palese per tutti ed agli occhi di ogni singolo Ebreo – immediatamente!

(parashà Nizavìm -secondo giorno di Rosh haShanà e parashà Vayelèch- 6 Tishrei 5751)

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