Perché chiedere una ricompensa?


La gloria del Cielo Anche all’inizio della parashà Lech Lechà, noi troviamo qualcosa di simile. In seguito al comando “Lech Lechà” (Va’ via), D-O dice ad Avraham: “e renderò grande il tuo nome” (Bereshìt 12:2). Anche qui ci poniamo la stessa domanda: come è possibile che Avraham, che disse di se stesso “ed io non sono che polvere e cenere” (Bereshìt 18:27), ricercasse onore e gloria?! Ma è la domanda stessa a fornirci la risposta: proprio perché Avraham considerò se stesso come polvere e cenere, non vide se stesso come una realtà individuale, ma solo come uno ‘strumento’ nelle mani di D-O, il cui unico fine e scopo era far conoscere il nome di D-O nel mondo. L’onore e la gloria non contavano ai suoi occhi come qualcosa che lo riguardasse personalmente, ma come parte della gloria del Cielo. Tutta l’aspirazione della sua vita fu portare le creature a riconoscere il Creatore del mondo, e a questo fine D-O gli disse che avrebbe reso grande il suo nome, cosa che avrebbe di conseguenza ingrandito la gloria del Cielo.

Ricompensa come parte del lavoro Ora possiamo comprendere anche il significato della preoccupazione di Avraham per la propria ricompensa. Anche la ricompensa per il proprio servizio Divino non era infatti considerata da lui come un suo appagamento personale, ma come una espressione e dimostrazione del fatto che servire D-O è una cosa positiva, che reca con sé ricchezza e onore. Egli volle ricevere una ricompensa affinché le creature vedessero che la fede in D-O è la vera strada e che D-O paga bene chi crede in Lui e Lo serve. Per questo, Avraham si preoccupò di aver ricevuto ormai tutta la sua ricompensa, temendo che in seguito non avrebbe avuto abbastanza ricchezza e onore. Il suo timore derivava dal fatto che la gente potesse interpretare ciò come un segno di debolezza e affermare che la fede in D-O non ha il potere di garantire abbondanza e benedizione, adducendo come prova il fatto che persino un giusto come Avraham era ‘sceso’ dalla propria grandezza. Avraham non si preoccupò per se stesso, ma per la gloria del Cielo. Riguardo a ciò, D-O gli disse: “Non temere Avram… la tua ricompensa sarà molto grande”.

Il corpo e l’anima Questo è anche il significato profondo del detto dei nostri Saggi: “Da (dentro l’occuparsi di Torà) non come fine a se stesso (in modo cioè disinteressato) viene (l’occuparsi di Torà) come fine a se stesso (senza interessi personali, per puro amore)”. Dentro, cioè, l’occuparsi di Torà “non come fine a se stesso” si nasconde già il “come fine a se stesso”: quando un Ebreo si impegna nella Torà e nei precetti, anche se lo fa per un suo interesse personale, come quello di aspettarsi una ricompensa dal Cielo, ciò si verifica solo per quel che riguarda la sua parte fisica. Ma per quel che riguarda la sua anima, anche la ricompensa è una parte del servizio Divino, poiché grazie ad essa si ingrandisce la gloria del Cielo e tutti possono vedere che la via della Torà porta con sé abbondanza e benedizione. Nonostante il corpo fisico chieda una ricompensa per motivi personali ed egoistici, dietro a ciò si nasconde tuttavia la volontà dell’anima, che il nome del Creatore venga magnificato e santificato nel mondo, e ciò proprio grazie al fatto che tutti possano vedere la ricompensa del servizio Divino, come fu per nostro padre Avraham, a suo tempo. (Da Likutèi Sichòt, vol. 20, pag. 54)

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