Ospiti nella succà

Nel periodo dell’esilio, il popolo d’Israele si trova nella condizione di ‘ospite’, mentre il posto vero e naturale dell’Ebreo è accanto alla tavola di suo padre, il Santo, benedetto Egli sia.

“Ospiti elevati” (Zohar parte 3, 102, 2) Nel libro dello Zòhar è detto che, in ogni giorno della festa di Succòt, arrivano degli ospiti speciali (ushpizìn). Ogni giorno vengono a visitarci nella succà i giusti del nostro popolo: Avrahàm, Izchàk, Yacòv, Moshè, Aharòn, Yosèf, Davìd (Shlomò). Ogni giorno uno di questi giusti funge da ospite principale, e porta con sé anche gli altri. Il primo giorno, l’ospite principale è Avrahàm Avìnu. La caratteristica che lo distingue è la sua meravigliosa ospitalità, tanto che da lui la Ghemarà ha imparato che “è più grande l’accoglienza degli ospiti di quella della Presenza Divina”. Avraham infatti lasciò D-O, Che era venuto a fargli visita, per correre ad accogliere degli ospiti ed occuparsi di loro. Se così fu prima del Matàn Torà e verso ospiti che, agli occhi di Avraham, apparivano come degli “arabi che si inchinano alla polvere dei loro piedi”, quanto più ciò è valido dopo il Matàn Torà e riguardo ad ospiti che sono figli di Avrahàm, Izchàk e Yacòv.


Tutti ospiti L’accoglienza degli ospiti esprime il significato del nostro servizio, nel periodo dell’esilio. Il popolo d’Israele si trova, in quest’epoca, nella condizione di ‘ospite’. I nostri Saggi hanno paragonato l’esilio a “figli che furono esiliati dalla tavola del loro padre”. Il posto vero e naturale dell’Ebreo è accanto alla tavola di suo padre, il Santo, benedetto Egli sia. Nel periodo dell’esilio, quindi, l’Ebreo non si trova al suo posto ed egli è come un ‘ospite’, in un luogo che non è il suo. Perché D-O ha creato questa condizione di esilio, che trasforma tutti i figli d’Israele in ‘ospiti’? Per la qualità particolare del servizio Divino nel periodo dell’esilio. Questa qualità è così grande e preziosa per D-O, da esiliare per essa i suoi figli dalla tavola del loro padre, trasformandoli così in ‘ospiti’. Questa è un’interpretazione più profonda del detto dei nostri Saggi: “è più grande l’accoglienza degli ospiti di quella della Presenza Divina”.


Il pregio dell’esilio I nostri Saggi dissero: “Zedakà (carità, giustizia) fece il Santo, benedetto Egli sia, disperdendo Israele fra le nazioni”. L’intento dell’esilio e della dispersione fra le nazioni non è quello di infliggere una punizione; in esso vi è ‘zedakà’, uno scopo positivo. La volontà di D-O è che gli Ebrei introducano la santità Divina in ogni parte del mondo, preparandolo così a diventare una ‘dimora’ per il Santo benedetto, nel tempo della redenzione. Così dice anche il Baal Shem Tov (l’ospite chassidico del primo giorno, nella succà, parallelo ad Avràham Avìnu), in merito al verso “da D-O vengono guidati i passi dell’uomo” (Tehillìm 37:23), e cioè che in ogni luogo dove un Ebreo arriva, egli deve ricordarsi che non è per sua iniziativa che egli si trova lì, ma che D-O ve lo ha condotto, per realizzare in quel luogo uno scopo Divino.


Il pregio dell’ospite Il precetto dell’ospitalità esprime l’importanza ed il valore del nostro servizio, proprio quando ci troviamo nella condizione di ospiti. Quando l’Ebreo accoglie degli ospiti, in quel momento si produce un’elevazione che supera persino quella dell’accoglienza della Presenza Divina, e ciò riguarda sia l’ospite, sia chi lo accoglie. Questa è la qualità particolare del servizio Divino nel periodo dell’esilio, e proprio grazie ad esso noi meritiamo di arrivare anche all’accoglienza della presenza Divina, nel modo più completo, così come sarà al tempo della redenzione, quando accoglieremo tutti la Presenza Divina, poiché ‘si rivelerà la gloria di D-O’, e ciò sarà con gioia e cuore lieto.

(Da Likutèi Sichòt, vol. 29, pag. 354)

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