Non solo sapienza

La vera essenza della Torà non è solo sapienza e intelletto, ma la sua stessa essenza Divina, che trascende qualsiasi comprensione intellettuale.

“La Torà che ci ha comandato Moshè” (Devarìm 33:4) Nella parashà Vezòt HaBerachà, che viene letta nella festa di Simchàt Torà, compare un verso fondamentale: “La Torà che ci ha comandato Moshè è un’eredità dell’assemblea di Yacòv”. Questa è la prima cosa che viene insegnata ad un bambino Ebreo, come dicono i nostri Saggi: “al bambino, da quando inizia a parlare, suo padre insegni ‘la Torà che ci ha comandato Moshè’”. Il bambino, già all’inizio dei suoi studi di Torà, sa che esiste la Mishnà, la Ghemarà, il Shulchàn Arùch, ecc., che furono compilati dai Saggi d’Israele nel corso delle generazioni. Perché diciamo allora che la Torà viene da Moshè? La risposta è che Moshè, di fatto, ricevette tutta la Torà, comprendente tutte le sue parti, sia quelle rivelate che quelle più nascoste, come dicono i nostri Saggi: “Tutti i nuovi significati nella Torà che uno studioso rivelerà in futuro, tutto ciò fu detto a Moshè sul Sinai”.


Difficile da capire Un dato fondamentale è che il Matàn Torà avvenne una volta sola. Nell’evento del Monte Sinai, la Torà fu data nella sua completezza, tramite Moshè Rabèinu. Vi sono però parti della Torà che si rivelarono subito, al momento stesso in cui essa fu data, altre che furono rivelate nel corso delle generazioni, tramite gli studiosi, e altre che sono tutt’ora nascoste, e che soltanto il nostro giusto Moshiach rivelerà. Tutto comunque è compreso nella “Torà che ci ha comandato Moshè”. Ed è proprio ciò che si inizia a studiare con un bambino Ebreo, nonostante si tratti di un concetto molto difficile da capire a quell’età. In questo caso, noi non consideriamo la necessità di procedere per gradi, dal più facile al più difficile, fino a che il bambino sia in grado di comprendere una cosa così profonda, ma iniziamo lo studio già da questo verso.


L’Essenza Divina In questo modo, viene ad esprimersi l’essenza vera della Torà. Se la Torà fosse stata solo sapienza e cultura, in effetti non avrebbe avuto senso iniziare il suo studio con un verso che ha un significato così profondo e difficile da afferrare. Ma la Torà stessa, nella sua essenza, non è intelletto. L’essenza interiore della Torà è santità Divina, che trascende l’intelletto e qualsiasi possibilità di comprensione, ed è proprio ciò che si cerca di trasmettere al bambino Ebreo, subito all’inizio dei suoi studi. Il Santo, benedetto Egli sia, Si rivestì Egli Stesso della Torà, per così dire, e in questo modo è come se Egli, con essa, ci avesse dato Se Stesso. L’Ebreo che studia la Torà si collega alla più intima sapienza Divina, che è come dire a D-O Stesso. In ciò non vi è differenza fra un adulto ed un bambino. Per questo mettiamo in evidenza subito al bambino, che la Torà che egli studia è una cosa Divina, che fu data a Moshè Rabèinu e che gli è stata data in eredità, così come un neonato eredita tutto ciò che suo padre gli ha trasmesso.


La gioia nei piedi Tutto ciò trova espressione nell’usanza del nostro popolo a Simchàt Torà, la festa della Gioia della Torà. In questa occasione, la gioia non si esprime tramite lo studio e l’approfondimento della Torà, con l’intenzione di sentire così la sua qualità meravigliosa ed arrivare a provarne gioia. L’usanza è di prendere il Rotolo della Torà, quando esso è chiuso e coperto dal suo ‘mantello’, e ballare con esso per mezzo dei piedi. In questo modo, noi esprimiamo la vera essenza della Torà. Non ci riferiamo ad essa solo come sapienza e intelletto, ma la gioia è per la sua stessa essenza Divina, che trascende qualsiasi comprensione intellettuale. In ciò ogni Ebreo è uguale, da quello più semplice al grande studioso, e per questo tutti possono raggiungere la gioia a Simchàt Torà. (Da Likutèi Sichòt, vol. 4, pag. 1165)

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