Nascere ed essere veramente liberi


‘Un popolo di mezzo ad un popolo’

Pèsach non è solo la prima delle tre ‘feste di pellegrinaggio’, esso rappresenta anche il loro fondamento e la loro radice. L’uscita dall’Egitto costituì la fase preparatoria al ricevimento della Torà a Shavuòt, ed anche nella festa di Succòt è uso ricordare l’uscita dall’Egitto: “…che Io ho fatto dimorare i figli d’Israele nelle capanne, quando li ho fatti uscire dalla terra d’Egitto.” La festa di Pèsach rappresenta, essenzialmente, il ‘tempo della nostra liberazione’. È questa la festa in cui il popolo d’Israele è uscito dalla schiavitù alla libertà ed è divenuto un popolo indipendente. Questo fatto è descritto nella Torà con le parole: “O ha mai provato il Signore ad andare a prelevare un popolo di mezzo ad un (altro) popolo con prove, con segni, con prodigi e battaglie, con mano potente, con braccio disteso, come l’Eterno, il vostro Signore, ha fatto per voi in Egitto sotto i vostri occhi?” La definizione ‘un popolo in mezzo ad un popolo’, esprime il vero significato dell’uscita dall’Egitto.

La dipendenza del feto L’espressione “un popolo di mezzo ad un popolo” ha un duplice significato: da un lato, essa viene a dirci che, già in Egitto, gli Ebrei formavano un popolo. Essi parlavano una propria lingua, vivevano in una loro terra (Goshen), conservavano il loro particolare modo di vestirsi, e così via. D’altro lato, essi erano “in mezzo ad un popolo”: i figli d’Israele erano assoggettati ad un altro popolo e dipendevano da questo. I nostri Saggi paragonarono questa condizione a quella del feto nel ventre di sua madre. Da un lato, il feto è una realtà di per sé: egli ha testa, mani, piedi, così come tutti gli altri organi del corpo. La verità, però, è che egli non vive una vita autonoma. Dove và sua madre, lì anch’egli và. Ciò di cui si nutre sua madre costituisce anche il suo alimento. Egli dipende da essa in modo totale.

Un legame ombelicale Così era anche la condizione dei figli d’Israele in Egitto. Da un lato essi erano un popolo, un popolo sotto tutti gli aspetti. D’altro lato, tuttavia, essi dipendevano completamente dall’Egitto, tanto da sembrare che anch’essi si prostrassero agli idoli egiziani. La via per l’emancipazione e la liberazione da questo ‘legame ombelicale’ con l’Egitto dovette passare attraverso il sacrificio di Pèsach. Ai figli d’Israele fu ordinato di prendere un agnello, un idolo egiziano, di scannarlo e di mangiarlo. Il coraggio dei figli d’Israele nello ‘scannare’ l’idolatria egiziana, rappresentò il primo passo verso la liberazione del legame con il popolo egiziano.

‘Scannare’ gli idoli In questo punto si cela anche il significato più profondo ed eterno dell’uscita verso la liberazione. L’uomo può immaginare di essere libero, autonomo ed indipendente. Egli guarda a se stesso in modo superficiale e, sapendo di possedere una sua propria intelligenza e volontà, gli sembra di essere veramente autonomo. Andando più a fondo nella visione delle cose, però, vedrà come, di fatto, egli sia legato in modo ‘ombelicale’ all’ambiente nel quale vive. In realtà, egli è uno schiavo, shiavo dell’ambiente, schiavo dei goyim che lo circondano, schiavo del modo di vedere e di vivere le cose, che prevale nel mondo. E la cosa più grave è che gli sembra che proprio questo sia il significato della libertà. La festa di Pèsach ci conferisce la forza di arrivare alla vera libertà. Il primo passo verso di ciò è: ‘scannare’ gli ‘idoli’ davanti ai quali l’uomo, forse senza rendersene conto, si prostra. Smettere di essere dipendenti dal modo di vedere e pensare del mondo, dai suoi modi di comportamento e dalle tentazioni materiali. Arrivare al riconoscimento della verità, che “Miei servi essi sono – servi di D-O – e non servi di servi”; iniziare ad essere noi stessi!

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