Menachem Av: consoliamo D-O

Aggiornato il: ago 27

Come dicono i nostri Saggi, non solo gli Ebrei sono in esilio, ma anche la Divina Presenza lo è. Per questo, per così dire, noi abbiamo la capacità di confortare D-O, quando, con le nostre buone azioni, affrettiamo la Redenzione.


Il nome di Menachem Av, il mese in cui si compì la tragedia della distruzione del Tempio, sia il Primo che il Secondo, ed il conseguente esilio del popolo Ebraico,  racchiude in sé il significato e lo scopo stesso di questi avvenimenti. In origine, il suo nome era semplicemente Av. Il termine Menachem, che significa ‘consolatore’, fu aggiunto per descrivere la natura di questo mese. Si tratta di un tempo in cui D-O conforterà gli Ebrei, con la futura redenzione. Inoltre, il mazàl (segno) di questo mese è il Leone, ed è proprio in questo mese che il “Leone”, che in questo caso rappresenta D-O, ricostruirà Gerusalemme, come è detto nel midràsh del Yalkut Shimoni, che “Si levò il leone (e con ciò si intende Nabucodonozor, re di Babilonia), nel segno del leone (Ari, riferito al quinto mese, Av) e distrusse Ariel (e cioè Gerusalemme), così che potrà venire il Leone (il Santo benedetto Egli sia), durante il mazàl del leone (Ari) e ricostruire Ariel.” Ciò viene a dirci che lo scopo specifico della distruzione fu quello della ricostruzione. 

   “Av”, inoltre, significa “Padre”, riferito a D-O. Nel senso strettamente grammaticale, Menachem Av significa non che il Padre ci consola, ma che noi consoliamo il Padre. Noi infatti non soffriamo da soli. Come dicono i nostri Saggi, anche D-O sente l’esilio, poichè non solo gli Ebrei sono in esilio, ma anche la Divina Presenza lo è. Per questo, per così dire, noi confortiamo D-O. Non tutti gli Ebrei possono sentire che il dolore dell’esilio è principalmente spirituale, nel fatto che la Presenza Divina è in esilio. Oppressi dal peso dell’esilio fisico, con i problemi e le difficoltà che ne derivano, come potrebbero essi confortare il “Padre”?

   Ogni Ebreo è un figlio del Santo, benedetto Egli sia, scelto fra tutti gli altri popoli. La scelta non riguarda solo l’anima, ma anche, ed anzi principalmente, il corpo. Una vera scelta può essere fatta solo quando le alternative sono assolutamente identiche. Se colui che sceglie è, per un qualsiasi motivo, predisposto verso una particolare alternativa, non è possibile per lui una libera scelta. Questa dipenderà infatti, in quel caso, dalle sue preferenze.

  Vi è una differenza cruciale fra il corpo e l’anima dell’Ebreo. L’anima è “una parte di D-O Stesso”, mentre il corpo è “simile, nella sua fisicità, ai corpi delle nazioni del mondo.” La libera scelta che D-O fa degli Ebrei si applica quindi più ai loro corpi che alle loro anime. E poiché una vera libera scelta può essere fatta solo dall’Essenza Stessa di D-O, che, in quanto Causa Prima, è completamente libera da ogni preferenza, il corpo è associato all’Essenza di D-O. Quando un Ebreo sente la pena per l’esilio fisico, in un senso più interiore, è l’esilio della Divina Presenza che egli sente. Poiché, quando il corpo di un Ebreo, nel quale D-O ha posto la Sua libera scelta, è in esilio, è come se D-O Stesso, il “Padre”, fosse in esilio. E questa è la ragione per la quale ogni Ebreo può confortare il “Padre”.

   Cosa possiamo apprendere da ciò? Nonostante le azioni di un Ebreo, di per se stesse, possano essere irrilevanti rispetto a D-O, come è scritto: “Se tu hai peccato, cosa fai contro D-O?”, D-O ha scelto tuttavia di unirsi con il popolo Ebraico, così che i loro peccati producano sì, per così dire, un effetto su di Lui. Per questo, “ovunque essi sono esiliati, la Divina Presenza è con loro”, e “in tutte le loro sofferenze, Egli è con loro.” Il fatto che la Divina presenza sia andata anch’essa in esilio, evidenzia la gravità dei nostri peccati, la causa dell’esilio. Nonostante ciò, gli Ebrei hanno pur sempre la capacità di confortare D-O, poiché il legame che ci lega a Lui rimane in atto, nonostante tutto. La consapevolezza del fatto che le nostre buone azioni aiutino a portare la Redenzione, contribuendo così a liberare la Presenza Divina dall’esilio, ci serve da stimolo al pentimento. D-O sarà in questo modo confortato e, traendoci dall’esilio, costruirà il Terzo Tempio, che sarà eterno, possa ciò avvenire subito, ai nostri giorni.

(Da un discorso della vigilia del Capomese di Menachem Av, 5740; Likutèi Sichòt, vol. 29, pag. 10; vol. 23, pag. 214)

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