Lo scopo della creazione di ‘Maledetto Hammàn!’


Lo scopo? La trasformazione. Il fatto stesso che ‘maledetto sia Hammàn’ abbia lo stesso valore numerico di ‘benedetto sia Mordechai’ dimostra come fra di loro vi sia un legame essenziale ed interiore. Nella Torà, le ghematriot, i valori numerici delle parole, non sono certo un dato casuale, ma rispecchiano piuttosto il legame che le può accomunare. Ma allora si rafforza ancora di più la domanda: come è possibile che vi sia un legame fra ‘maledetto sia Hammàn’ e ‘benedetto sia Mordechai’, trattandosi di due opposti così assoluti?! Eppure, proprio nel profondo si crea un nesso che li unisce. Lo scopo stesso della creazione di ‘maledetto sia Hammàn’ è quello di arrivare a ‘e si capovolse’ (Meghilla di Esther, cap. 9:1), e cioè a che, grazie al servizio spirituale degli Ebrei, esso possa trasformarsi in ‘benedetto sia Mordechai’. Questo è anche lo scopo generale per cui è stato creato il buio ed il male nel mondo: per essere trasformati in luce ed in bene. Risulta così che l’intento interiore di ‘maledetto sia Hammàn’ è ‘benedetto sia Mordechai’.

Al di sopra della logica Questo è il significato interiore del comando di ‘non distinguere’: l’Ebreo deve vedere in ‘maledetto sia Hammàn’ il suo scopo interiore, e ciò fino al punto che ai suoi occhi non vi sia più differenza fra ‘maledetto sia Hammàn’ e ‘benedetto sia Mordechai’. Di fronte a ‘maledetto sia Hammàn’, dovrà sentire subito e solamente l’intento ed il significato contenuti nel suo profondo, e cioè che tutto il suo scopo è quello di trasformarsi e di divenire ‘benedetto sia Mordechai’. A questa consapevolezza non è possibile arrivare in condizioni normali, quando il relazionarsi dell’uomo alle cose si basa sulla logica e sulla comprensione. Da parte dell’intelletto e della logica, ‘maledetto sia Hammàn’ e ‘benedetto sia Mordechai’ sono due opposti assoluti. Quando però l’Ebreo si eleva ad un livello che va al di sopra della logica e della capacità di intendere dell’intelletto, e si relaziona alle cose come esse appaiono dal punto di vista di D-O Stesso, egli può percepire allora che le due cose, di fatto, sono una sola.

La trasformazione dei peccati Un esempio di ciò lo si trova nel detto dei nostri Saggi “grande è la teshuvà (pentimento, ritorno), per cui i peccati si trasformano in meriti”. Secondo la logica e la capacità di intendere dell’intelletto, malvagità e peccati sono un male assoluto, che non può essere in alcun modo nè purificato nè elevato a santità. Secondo l’andamento naturale, all’Ebreo è proibito aver un qualsiasi punto di contatto con queste cose, ed anzi, egli le deve invece allontanare da sè completamente e con decisione. Eppure, l’enorme sete che, chi si pente e torna all’Ebraismo ed alle proprie radici (baal teshuvà) sente per la luce della santità, lo eleva fino a D-O Stesso, fino al punto dove anche il male è fatto per servire la santità e trasformarsi in bene. E questo è anche il punto nel quale ‘maledetto sia Hammàn’ si trasforma in ‘benedetto sia Mordechai’. (Likutèi Sichòt, vol. 7, pag. 20)

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