La gioia del ritorno

Non c'era ormai giorno che, tornando dalle sue bisbocce notturne, il nostro eroe non incontrasse quel giovane 'chabàdnik' che, irremovibile, e con un grande sorriso gli chiedeva: "Ehi scusa amico! Sei per caso Ebreo? Vieni a mettere i teffilìn."...

Un anziano Ebreo, membro di un gruppo di chassidìm chiamato ‘Belz’, udì per caso un giorno un altro chassìd, padre di famiglia sulla quarantina, esprimersi in modo molto violento contro il movimento di Lubavich e contro il Rebbe di Lubavich, criticando duramente il loro operato ed in particolar modo il loro atteggiamento di apertura e di avvicinamento verso quegli Ebrei che non rispettano minimamente le regole e le leggi della religione Ebraica. L’anziano chassìd, davanti a quelle espressioni che si facevano sempre più aggressive, si sentì in dovere di cercare di calmare i ‘bollenti spiriti’, ma il suo tentativo non fece altro che ‘attizzare le fiamme’. Non gli restò quindi altro da fare che andarsene, non prima però di aver lanciato un ultimo monito a quell’uomo infuriato, sul fatto che stava commettendo un grosso errore.

   

Ora, il chassìd che aveva sferrato quell’attacco così duro, aveva un figlio di vent’anni, un bel ragazzo di intelligenza  eccezionale, che era considerato dal padre come la pupilla dei propri occhi. Il giovane era così devoto nel suo servizio Divino, da essere capace di trascorrere intere notti sprofondato nello studio della Torà. Ma ecco che, proprio dopo quell’episodio, il ragazzo divenne inspiegabilmente e totalmente disinteressato all’Ebraismo! Egli smise improvvisamente di studiare e di pregare e persino di mettersi i tefillìn, trovandosi invece nuovi ‘amici’ coi quali passare le nottate nei bar o nelle discoteche di Tel Aviv. Non ci volle molto perché Tel Aviv divenisse troppo ‘stretta’ per lui, che sentì ora il bisogno di scoprire il ‘vero’ mondo. La sua tappa successiva fu l’America, dove ben presto si lasciò inghiottire dalla vita notturna di Manhattan. Inutile dire che il padre si sentì impazzire per il dolore, ma il ragazzo non sembrò assolutamente curarsene… l’importante era divertirsi!

   

Un anno dopo, una mattina, il giovane se ne stava tornando a casa, dopo un party durato tutta la notte, quando all’improvviso un giovane chassìd Chabad lo avvicinò, con un paio di tefillìn in mano, chiedendogli se fosse Ebreo. “ No, non lo sono. Lasciami in pace”, rispose col suo accento israeliano, pensando di levarsi così quell’incomodo. Ma non fu così. Quel suo accento fu come un semaforo verde per il giovane chabàdnik. “Ah, devi essere un israeliano! Giusto?”, disse con uno scintillio negli occhi. “Solo gli israeliani dicono di non essere Ebrei. Vieni, dai…. Metti i tefillìn”. Ignorandolo completamente, il nostro ragazzo si allontanò frettolosamente da lì.

 

Una settimana dopo, il nostro giovane uomo-party stava camminando lungo una strada del tutto diversa, in una parte completamente diversa della città quando, in modo del tutto sorprendente, fu avvicinato nuovamente… dallo stesso chabàdnik, con la stessa offerta… ed ancora una volta egli rifiutò. Fu allora che, dopo alcune settimane, gli capitò di passare vicino ad un grande caravan decorato, parcheggiato in una delle strade principali di Manhattan. Su di esso spiccava la scritta “Chabad – mobile”, e da dentro uscì il solito giovane chassìd, con un paio di tefillìn in mano, gridando nella sua direzione: “Ehi scusa, amico! Sei per caso Ebreo?” “Cosa vuoi da me? Lasciami in pace!”, gli gridò di rimando il nostro eroe. “Che fai? Mi segui per tutta Manhattan o cosa? Vattene via!” “Ehi, ma tu sei proprio un Ebreo, vero?” gli rispose il chassìd. “Dai, fammi un favore e mettiti i tefillìn. Sono qui da tutta la mattina e nessuno vuole metterseli. Ti prego, fammi questo favore. Sei Ebreo, no? Vieni, metti i tefillìn. Ci vorranno non più di tre minuti. Ti piacerà ed è gratis” disse con un sorriso. Vi era qualcosa di così caloroso e genuino nel suo modo di parlare, che riuscì a cogliere il nostro ragazzo-party di sorpresa… e di fatto egli si ritrovò ad arrotolarsi la manica ed a mettere i tefillìn, come se improvvisamente non potesse farne a meno.

   

Dopo quell’episodio, una cosa tira l’altra, il ragazzo, invece di frequentare i bar, iniziò a partecipare ad incontri chassidici, a farsi nuovi amici e così via. Dopo sei mesi, egli era di ritorno in Israele, pronto a presentarsi alla porta di suo padre, e questa volta nuovamente abbigliato come si conviene ad un chassìd Belz e molto più saggio di quando era partito. Quando suo padre aprì la porta e vide la bellissima figura del suo amato figlio, si lasciò scappare un grido di gioia, lo abbracciò con tutte le sue forze e cominciò a piangere semplicemente di felicità. Quando poi si sedettero ed il figlio raccontò gli avvenimenti che lo avevano convinto a ritornare…. improvvisamente il padre si sentì colpito come da un fulmine. Poiché aveva parlato contro il Rebbe, in qualche modo suo figlio si era allontanato dall’Ebraismo. Ed ora, grazie allo stesso Rebbe di Lubavich suo figlio era ritornato! Egli sentì subito di doversi recare dal Rebbe, per scusarsi con lui personalmente.

   

Una settimana dopo, egli si presentò, con il capo chino, di fronte al Rebbe. Quando alzò gli occhi ed incontrò lo sguardo pieno d’amore del Rebbe, egli realizzò ancora più chiaramente quanto si fosse sbagliato, un anno e mezzo prima. “Rebbe, io le chiedo perdono”, fu tutto quello che riuscì a dire, prima di scoppiare in lacrime. “Quando tuo figlio se ne è andato, hai sentito il tuo cuore spezzarsi, vero?” chiese il Rebbe tranquillamente. “Rebbe, ‘spezzarsi’ non è la parola giusta, ero distrutto.” “E quando è tornato eri contento, vero?” continuò il Rebbe. “Pazzo di gioia”, rispose l’uomo. “Bene,” concluse il Rebbe “ora conosci il dolore che io provo, ogni volta che un Ebreo abbandona l’Ebraismo, e la gioia che sento, ogni volta che un Ebreo ritorna”.

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