L’importanza di un favore

Aggiornato il: lug 9

Il sig. Foghel si perse nei suoi pensieri: 'il Baal Shem Tov ha detto che un’anima può arrivare in questo mondo per settanta, ottant’anni, solo per fare un favore a qualcuno, e in particolare a un suo compagno Ebreo. Può essere che io viva tutta la mia vita senza mai realizzare il mio scopo?! Ti prego, D-O, guidami affinché io arrivi a fare ciò che dovrei fare.' E non dovette aspettare a lungo che l'occasione si presentasse...


Questa storia ebbe luogo venticinque anni fa circa, a New York, quando il sig. Foghel (nome fittizio), un chassìd Chabàd di mezza età, sentendo un discorso del Rebbe inciso su di una cassetta, mentre tornava a casa con la sua auto, una sera tardi, fu colpito in particolare da una frase alla quale non aveva mai fatto attenzione prima, pur avendola sentita più volte. Ebbe tutt’un tratto l’impressione che il Rebbe gli si stesse rivolgendo direttamente: “Come è noto, il Baal Shem Tov ha detto che un’anima può arrivare in questo mondo per settanta, ottant’anni, solo per fare un favore a qualcuno, e in particolare a un suo compagno Ebreo.” Il sig. Foghel si perse nei suoi pensieri: ‘Può essere che io viva tutta la mia vita senza mai realizzare il mio scopo?!’ La cosa, per un qualche motivo, lo aveva toccato particolarmente e profondamente, tanto che si ritrovò a pregare silenziosamente, con le lacrime agli occhi: ‘Ti prego, D-O, guidami affinché io arrivi a fare ciò che dovrei fare. Non voglio perdere il mio scopo!’ Quando uscì da quel particolare stato emozionale, si accorse improvvisamente di non riconoscere il luogo dove si trovava. Evidentemente aveva sbagliato la sua uscita dalla superstrada e si trovava ora in un quartiere di Brooklyn a lui poco noto. Mentre cercava di fare inversione per tornare in dietro, scorse al lato della strada un uomo anziano, in piedi davanti al cofano aperto di una macchina evidentemente in panne. La strada era stranamente vuota e il sig. Foghel si accostò, aprì il finestrino e chiese cosa fosse successo. La risposta disperata dell’anziano non si fece aspettare: “Ahh! Maledetta sfortuna! Non posso crederci. Questo catorcio mi ha piantato in asso e adesso sono veramente bloccato. È passato poco fa un carro attrezzi, e sapete cosa? Seicento dollari voleva, seicento dollari per portarmela a casa. E non è neanche un quarto d’ora di strada! Non posso neppure lasciarla qui e prendere un taxi. La sosta è vietata e me la rimuoverebbero.” Foghel indicò allora uno spazio, a un centinaio di metri da lì: “Non vi preoccupate. D-O aiuterà. Vedete? Laggiù c’è un posto. Monti in macchina ed io la spingerò. Poi potrà prendere un taxi.” “Grazie!” esclamò strabiliato l’uomo. Montò in macchina e aggiunse: “Sa però, è da molto che sono qui, e non ho visto passare nessun taxi. La strada, come vedete, è deserta. Ma, come dite voi giustamente, preoccuparsi non aiuterà.” Il sig. Foghel si rese conto che l’uomo diceva il vero, così, dopo averlo spinto fino al parcheggio, si offrì di accompagnarlo a casa. Dopotutto, non era lontano. L’anziano non smetteva più di ringraziarlo. Salito sulla sua macchina, continuarono la conversazione. “Uauuu! Grazie infinite. Lo apprezzo veramente molto!! Ora, tutto ciò che ci resta da fare, mia moglie ed io, è prenotare un taxi e arrivare all’aeroporto. Il nostro aereo per la Florida, dove ci aspetta nostra figlia, parte esattamente fra... un’ora!!!” disse l’uomo, guardando improvvisamente l’orologio. “Oh mio D-O, non ce la faremo mai!” Il sig. Foghel allora pensò ancora una volta che era arrivato il momento di fare qualcosa per quel pover’uomo. “Senta, non c’è problema. Sa cosa faremo? Vi porterò io all’aeroporto. In fondo si tratta appena di una mezz’ora e mia moglie non si preoccuperà. Solo non perda tempo, appena arrivati, prenda sua moglie, le valige e partiamo! Niente domande, non c’è tempo da perdere.” L’anziano provò a protestare, sentendosi in imbarazzo, ma comprese che Foghel aveva ragione, e così fece tutto come gli aveva detto. Arrivati all’aeroporto, mentre prendeva le valige dal bagagliaio, l’anziano, non finendo più di ringraziare, tolse dal portafogli una banconota da cento dollari. “Lasciate almeno che vi paghi per il disturbo. È il minimo che possa fare. Su, prendete!” Foghel però non ne volle sapere: “Scusi ma, prima di tutto, grazie a D-O, non ho bisogno dei soldi, secondo, era un favore e un favore non si paga, e per ultimo, si è trattato di una cosa da niente, un’oretta in tutto e mi ha fatto piacere, così, tranquillo, non mi deve niente.” Ma l’uomo insistette, tirando fuori persino una seconda banconota dal portafogli: “Su, su. Non discuta, la prego, prenda e basta.” Fu allora che Foghel gli chiese: “Scusi, mai lei è Ebreo, vero?” Alla risposta affermativa, Foghel continuò: “Allora ascolti, se veramente vuole ripagarmi in qualche modo, sa cosa? Metta i tefillìn! Lei mette i tefillìn? Lo faccia tutte le mattine, per un mese.” L’uomo scosse la testa in segno negativo. Era proprio l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire. “Tefillìn?! Neanche a parlarne! No, niente mizvòt! Non io!” “Va bene, non li metta” rispose Foghel. “Era lei quello che voleva pagarmi. Per quel che mi riguarda, non mi deve niente, ma se vuole ripagarmi, questo è quello che voglio. Allora? Cosa ne dice? Compri semplicemente un paio di tefillìn e li metta quando può... ok?” L’anziano guardò Foghel indeciso per un secondo, e poi, con riluttanza, acconsentì... “Va bene. Lo farò!” Poi salutò, frettolosamente, e andò a cercare un carrello per le valige. Non appena si fu allontanato, la moglie si avvicinò a Foghel con le lacrime agli occhi: “Grazie! È stato D-O a mandarla, è chiaro!” Poi, a bassa voce, controllando che il marito non fosse ancora tornato e la potesse sentire, proseguì: “Lei non si rende conto di cosa ha fatto. Si tratta di un miracolo. Noi siamo dei sopravvissuti dell’olocausto. Ci siamo incontrati dopo la guerra, ci siamo sposati, trasferendoci qui a New York, con l’accordo di non lasciare entrare nulla di Ebraismo nella nostra vita, niente! Ce l’avevamo con D-O, capite?” continuò la donna, scoppiando di nuovo in singhiozzi. “Invecchiando però, ho cominciato ad avere nostalgia delle abitudini della mia casa materna. Sa, le candele di Shabàt e cose simili. Ma ogni volta che provavo a parlarne a mio marito, la risposta era sempre la stessa: ‘Niente mizvòt!!’ I nostri figli sono ormai sposati e noi siamo soli in casa, ma la sua risposta è ancora ‘Niente mizvòt!!’ Così ieri, mi sono sentita così male, che... ho fatto qualcosa che non facevo dal tempo della guerra... Ho pregato. Ho supplicato D-O di mandarmi un qualche miracolo che facesse cambiare idea a mio marito. Ed ora arriva lei e... Lei è un miracolo!! Sono certa che questo Shabàt, avremo anche noi le nostre candele accese!”

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