L’amore per ogni Ebreo


Vicinanza a D-O L’amore unico che D-O mostra verso il Suo popolo è riflesso nei versi che aprono la parashà Vaikrà: “Ed (Egli) chiamò Moshè, e D-O gli parlò”. Prima di parlare a Moshè, D-O lo chiamò, mostrandogli un atto di affetto unico. D-O non chiamò Moshè per impartire informazioni; lo chiamò per esprimere l’amore fondamentale che Egli condivide col nostro popolo (questa chiamata infatti è rivolta a Moshè in quanto leader di tutto il popolo). La natura Divina che noi possediamo dentro di noi ci “chiama” costantemente, cercando di esprimersi. Ciò è riflesso nel tema della parashà, le offerte sacrificali. Il termine ebraico per sacrificio, korbàn, ha la stessa radice della parola karòv, “vicino”. I sacrifici fanno emergere il potenziale spirituale dell’Ebreo, portando il nostro popolo ed ogni individuo più vicino a D-O.

Esternare l’amore Questi concetti risultano fondamentali quando si arriva a parlare del rapporto con il nostro prossimo, comprendendo in esso anche quegli Ebrei che vivono al presente in modo totalmente estraniato dal nostro retaggio. Innanzitutto, noi dobbiamo apprezzare la persona per quello che è realmente. Quando parliamo con un Ebreo noi dobbiamo essere consapevoli di star parlando ad un’anima che è “una parte vera e propria di D-O”. Non c’è nessun bisogno di incentrarci sugli aspetti negativi del comportamento dell’altra persona. Dobbiamo invece evidenziare il suo potenziale positivo, rendendolo cosciente della scintilla Divina che è in lui. Noi dobbiamo seguire l’esempio fornitoci dalla nostra parashà, e mostrare all’altro un particolare grado di vicinanza, invitandolo a partecipare ad attività che incoraggino l’espressione della sua anima Divina. Noi dobbiamo seguire questo approccio con fiducia, poiché esso parla all’essenza stessa dell’Ebreo. “Nessun Ebreo può, o desidera, essere separato da D-O”. Quando egli viene incoraggiato con calore ed apertura ad affermare il proprio retaggio, risponderà, procedendo, con i suoi tempi, verso il suo avvicinamento a D-O.

Vedere il bene rivela il bene Vi è una naturale tendenza ad essere impazienti, a spingere l’altra persona ad accelerare i tempi del suo percorso verso una completa osservanza della Torà e dei suoi precetti, arrivando anche a criticarla, quando ha delle esitazioni o delle cadute. La Torà non approva un simile approccio. Quando il profeta Isaia fece delle dure affermazioni riguardo al popolo Ebraico, D-O lo riprese severamente, nonostante le sue parole fossero giustificate. Invece di essere critici, noi dobbiamo sforzarci di apprezzare ed accentuare sempre le qualità positive che ogni membro del nostro popolo possiede. Il fatto stesso dell’esistenza dell’Ebreo è infatti un’espressione della lode di D-O, indipendentemente dal livello del suo servizio Divino.

L’eternità che c’è in noi Nonostante il nostro popolo sia come “una pecora in mezzo a 70 lupi” ed abbia affrontato dure persecuzioni, esso ha resistito, mentre nazioni apparentemente molto più grandi e potenti sono scomparse. Ciò dimostra chiaramente come D-O abbia investito il Suo popolo della dimensione di eternità del Suo Essere. La continuazione della nostra esistenza, come nazione e come individui, è un’espressione della Divina Provvidenza. Nell’era presente, ogni Ebreo è un miracolo vivente. Ciò è rilevante in particolare oggi, a mala pena una generazione dopo l’Olocausto. Il fatto che noi abbiamo potuto superare quella terribile era e dare vita ad una nuova generazione, rivela l’opera della mano Divina. Il potenziale Divino che esiste in ogni Ebreo singolarmente, e nel nostro popolo come un tutto, non resterà inattivo. Il suo fiorire porterà ad un’era in cui il Divino Che è celato nel mondo diverrà manifesto: l’Era della Redenzione, quando tutto il popolo arriverà alla Terra Santa e “proclamerà la lode (di D-O)” nel Terzo Tempio, possa ciò accadere nell’immediato futuro. (Da Likutèi Sichòt, vol. 7, pag. 24-26; vol. 17, pag. 12-15; Sèfer HaSichòt 5750, vol. 1, pag. 327)

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