Il terzo Socio in ogni affare


Un sacrilegio verso D-O Rabbi Akiva spiega la gravità del negare a proposito di un deposito in questo modo (e questo è ciò che è riportato da Rashi nel suo commento alla Torà): in tutto ciò che riguarda la contrattazione fra l’uomo ed il suo prossimo, le parti si appoggiano a dei testimoni o ad un contratto che essi stipulano e firmano. Al contrario, “chi affida a qualcuno un deposito, e non vuole che anima ne venga a sapere, all’infuori del ‘Terzo fra di loro’, quando egli nega, nega il ‘Terzo fra di loro’”. Per spiegare: in tema di depositi, non di rado accade che chi affida un deposito non voglia che qualcun altro venga a sapere dove si trovino i suoi possedimenti. Per questo egli, nel momento dell’affidamento, non vuole testimoni, e si fida piuttosto del suo amico o, meglio ancora, del suo timore e rispetto per ‘il Terzo fra di loro’, il Santo, benedetto Egli sia. Quindi, quando il custode del deposito mente a proposito di esso, egli nega qui la fede che è stata riposta nel Santo, benedetto Egli sia, ed è per questo che proprio in questo caso la Torà parla di sacrilegio nei confronti dell’Eterno.

Il vero Padrone Noi dobbiamo comprendere qui il significato dell’espressione ‘il terzo fra di loro’. Quando due persone concludono un affare e presso di loro si trova un testimone, questi non può essere definito come ‘terzo fra di loro’, poichè egli è solo un testimone, e non una terza parte nell’affare. Perchè allora D-O viene denominato in questo caso ‘Terzo fra di loro’? Qui trova espressione la portata della gravità del peccato dell’uomo verso il suo prossimo, nel senso che in esso vi è un’offesa nei confronti della sovranità Divina. Di fatto, invero, il vero padrone è D-O e tutto Gli appartiene, come è detto: “A D-O appartengono la terra e quanto contiene” (Salmi, 24,1), solo che Egli concede all’uomo il diritto di essere padrone delle sue proprietà o del suo denaro. Quando l’uomo trasgredisce alla volontà Divina e nega il deposito che gli è stato affidato, egli non danneggia solo il depositante, ma colpisce soprattutto il ‘Terzo fra di loro’, il vero Padrone, il Santo benedetto Egli sia.

La via della teshuvà Per questo la Torà dà tanta importanza al fatto che, anche quando si tratta di mentire a proposito di un deposito, di un peccato cioè che riguarda l’uomo verso il suo prossimo, la persona di fatto non compie solo un peccato, ma compie in questo modo un vero e proprio sacrilegio verso D-O. Non esiste, però, cosa che possa resistere alla potenza della teshuvà (pentimento, ritorno), come afferma il Rambam, per cui anche in questo caso la Torà offre ad ogni Ebreo la via della teshuvà e della riparazione, ed allora “espierà… e gli verrà perdonato” (Vaykrà 5: 26). E così fa il Santo, benedetto Egli sia, riguardo a tutto il popolo d’Israele, poichè anche se “a causa dei nostri peccati noi siamo stati esiliati dalla nostra terra” (preghiera di Mussàf nelle tre Feste di Pellegrinaggio), nel momento in cui “Israele fa teshuvà, subito essi vengono redenti” (Rambam, Hilchòt HaTeshuvà), con l’arrivo del nostro giusto Moshiach, al più presto, proprio di fatto. (Likutèi Sichòt, vol. 7, pag. 1)

#Vaikrà

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