Il nostro apporto attivo


La rivelazione Divina Il comando di erigere il Tabernacolo venne dato subito dopo l’esperienza più imponente e significativa che il popolo Ebraico, nella sua totalità, abbia mai vissuto: il Dono della Torà, sul Monte Sinai. In quell’occasione, D-O si rivelò in tutta la Sua gloria. Ed ogni Ebreo vide e sentì D-O Che parlava loro. In quell’attimo, la barriera che era esistita fino ad allora fra cielo e terra venne abolita, e “D-O scese sul Monte Sinai”: il Divino si rivelò in questo mondo. Eppure, con tutta la maestosità e la gloria del Sinai, il Divino non venne a permeare il mondo materiale in modo permanente, e la miglior prova di ciò è che, una volta che la Divina Presenza ebbe lasciato il Monte Sinai, la montagna consacrata ritornò al suo stato precedente, che non comportava alcuna santità. Il motivo di ciò fu che al Sinai il popolo Ebraico ebbe un ruolo di partecipazione passiva. Fu D-O a discendere; fu D-O a farsi conoscere da loro; fu la Presenza di D-O a conferire al mondo materiale il privilegio di poter cogliere un’apparizione celeste. A causa della natura passiva dell’esperienza del Sinai, il mondo fu consacrato solo temporaneamente; fu solamente la Presenza Divina ad impregnare il mondo di santità e, dopo il Suo allontanamento, il mondo tornò al suo precedente stato profano.

L’apporto dell’uomo Seguì quindi un secondo stadio della rivelazione Divina, uno stadio dove fu richiesto all’uomo di prendere parte attiva nel processo di attrazione e rivelazione del Divino in questo mondo e nella preparazione di un luogo in cui D-O possa dimorare. Ciò fu realizzato con la costruzione del Tabernacolo. A differenza dell’esperienza del Sinai, il Tabernacolo non discese miracolosamente dal cielo sul popolo Ebraico, ma dovettero costruirlo essi stessi. L’esperienza attiva della costruzione del Tabernacolo fece sì che i materiali usati venissero permeati di una santità permanente, eterna. Con la costruzione del Tabernacolo, il mondo fu purificato a un punto tale, che la materialità stessa acquisì la possibilità di essere un ‘recipiente’ per la santità. Il nome stesso della parashà, Terumà, indica come l’Ebreo sia in grado di prendere sostanze materiali e trasformarle in qualcosa di santo per l’eternità. Terumà ha due significati: “separazione” ed “elevazione”. Separando oggetti materiali dalla loro natura terrena, consacrandoli ed elevandoli alla santità, l’Ebreo riceve da D-O il potere di trasformare l’intero mondo in un immenso Tabernacolo. In un tale servizio, ogni oggetto ed ogni particolare sono importanti, poiché ogni oggetto ha il suo proprio modo di manifestare il Divino. Quanto detto contiene un messaggio valido per tutti noi: anche quando abbiamo l’impressione di languire in un deserto spirituale, noi possiamo sempre utilizzare i materiali a portata di mano e costruire un Tabernacolo per la Presenza Divina.

(Likutèi Sichòt, vol. 21, pag. 148-155)

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