Il Nome di Moshaich


Il fardello di Moshiach Il popolo Ebraico, nella sua interezza, è paragonato ad un corpo umano. Ciò si applica ad ogni generazione ed anche a tutto il popolo, preso come un insieme nel corso della storia. Tutti gli Ebrei, quelli del passato, quelli del presente e quelli del futuro, fanno parte di un unico organismo. Dato che il bene è eterno, al contrario del male che è solo temporaneo, il livello spirituale del nostro popolo è in continuo avanzamento. Nel corso dei secoli, si è formata una vasta riserva di bene. Il popolo Ebraico, così come esso è oggi, nell’ikveta deMeshicha (il periodo immediatamente precedente la Redenzione, nel quale è possibile sentire avvicinarsi i ‘passi’(ikveta – passi, orme, talloni) di Moshiach), ha raggiunto il livello di perfezione menzionato nei Likutèi Torà. Vi sono tuttavia ancora delle ‘pustole’ di male nelle ‘zone periferiche’, dato che il mondo è ancora deturpato dall’ingiustizia e dalla discordia. Per questo, la luce della Redenzione non può ancora divenire manifesta; ciò si riflette nelle lesioni della zaràat che colpiscono Moshiach stesso. Come dice il profeta (Isaia 53:4), “Invero egli ha sopportato le nostre malattie ed ha sofferto i nostri dolori…”. Moshiach subisce sofferenze, non per se stesso, ma per l’intero popolo Ebraico.

Un significato positivo Resta ancora una difficoltà da risolvere. Pur avendo spiegato perchè Moshiach debba farsi carico di sofferenze, il verso citato non chiarisce tuttavia perchè queste sofferenze si identifichino con Moshaich. Il nome di Moshiach, che lo rappresenta, dovrebbe essere infatti un nome positivo. Anche questa difficoltà potrà essere risolta sulla base del passaggio dei Likutèi Torà, citato in precedenza. Lì si afferma infatti, che le lesioni della lebbra rappresentano dei ‘livelli molto alti’, avendo esse la loro origine nella luce spirituale trascendente, che è collegata a Moshiach. Per potersi però rivelare in una forma positiva, questa luce ha bisogno di contenitori adatti. Le sofferenze di Moshaich porteranno a termine la purificazione del mondo in generale, rendendolo così un recipiente adatto alla rivelazione del suo potenziale trascendente. Dato che questa rivelazione rappresenta il cuore dell’Era della Redenzione, il catalizzatore necessario a portarla in atto è conseguentemente legato al nome di Moshiach.

Il nome della parashà I concetti di cui sopra spiegano anche una difficoltà legata al nome stesso della parashà: Mezorà. Mezorà è la persona colpita dalla ‘lebbra’. Si potrebbe pensare che il nome di una parashà della Torà dovrebbe associarsi ad un termine dal significato più positivo. La questione acquista ancora più forza, se si considera che nelle opere di eminenti figure del passato come Rav Saadia Gaon, Rashi ed il Rambam, venne adottato un differente nome per questa parashà: Zot Tihiè (“Ciò sarà”). È solo nelle ultime generazioni che è divenuto prevalente il nome di Mezorà. La spiegazione è che, in queste ultime generazioni, nel muro dell’esilio sono comparse delle crepe, attraverso le quali splende la luce di Moshiach. Alla luce di Moshiach, Mezorà non è un fattore negativo, ma, come spiegato in precedenza, un’espressione della trascendenza Divina.

Per mezzo dello studio La parashà inizia con una descrizione del processo di purificazione al quale deve sottoporsi la persona affetta da zaràat. “Questa sarà la legge del mezorà (colui che è affetto da zaràat)”. Focalizzandosi sulle leggi del mezorà e non sulla purificazione del mezorà, la Torà allude ad un concetto fondamentale. Lo studio della Torà incrementa la capacità che l’uomo ha di creare recipienti che permettano alla luce, qualsiasi livello di luce, anche il più sublime, di essere accolta ed interiorizzata nel nostro mondo. Per mezzo dello studio della Torà, il livello trascendente della zaràat può essere incanalato in una forza positiva. Così è anche per quel che riguarda Moshiach: lo studio degli insegnamenti che riguardano Moshiach affrettano la sua rivelazione, attirando il suo influsso qui giù, nel nostro mondo.

Con nuova vita Spesso, la parashà Mezorà viene letta in connessione con quella di Tazrìa, parashà associata all’inseminazione ed al concepimento della vita. Ciò implica che i ‘semi’ del nostro servizio Divino non rimarranno in attesa per un tempo indefinito, nel terreno buio dell’esilio, ma che Mezorà, la Redenzione, fiorirà subito dopo che l’ultimo seme sarà stato piantato. La fusione invece delle due parashiòt, implica che Mezorà, la Redenzione, è già stata concepita, e noi stiamo solo aspettando la nascita. Le sofferenze che Moshiach sopporta, sono infatti l’ultimo passo prima della sua rivelazione. Possa essa realizzarsi nel futuro più immediato. (Riassunto da Likutèi Sichòt, vol. 7, pag. 100; vol. 22, pag. 77; parashà Tazrìa, 5751, Sefer HaSichòt 5751, pag. 491)

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