Il compito di rivelare il Divino

Ognuno ha il proprio particolare compito spirituale nella vita. Ritardando e indugiando, la persona può facilmente perdere l’occasione di portare a termine ciò che doveva compiere in questo mondo.

'Bati leGanì'

Nel 5710 / 1950, il Rebbe precedente di Lubavich, Yosef Yizchak Shneersohn, scrisse e distribuì un discorso, in onore del giorno dell’anniversario della dipartita della Rabanìt Rivka, sua nonna paterna, che cadeva il 10 di Shvàt. La Divina Provvidenza fece sì che quella stessa data segnasse anche la dipartita del Rebbe stesso, che decedette in quello stesso anno e in quello stesso giorno. Questo discorso, intitolato 'Bati le Ganì' (“Io sono venuto nel Mio giardino”, da un verso del Cantico dei Cantici), venne considerato come l’ultima direttiva di lavoro lasciataci da Rabbi Yosef Yizchak Schneersohn e anche la somma di tutta la sua opera. Quando, un anno dopo, il Rebbe Menachem Mendel Schneersohn, genero del Rebbe precedente, gli successe ufficialmente come Rebbe di Lubavich, il suo discorso inaugurale fu proprio quello stesso discorso, 'Bati leGanì', che comprendeva in sé la piattaforma di tutto il lavoro necessario, allo scopo di portare la Redenzione. Da allora, ogni anno, il Rebbe ripropose quel discorso, sempre con l’aggiunta di nuovi approfondimenti.


Due direzioni di lavoro L’inizio e il termine del discorso indicano due direzioni importanti per il nostro servizio Divino. 1) Diffondere la Torà e i suoi precetti, compresa la parte più interiore e nascosta della Torà, la Chassidùt, in ogni luogo, persino là dove, apparentemente, non sembrerebbe esserci alcun ‘terreno’ pronto ad accoglierla. 2) Compiere questo lavoro di diffusione con la massima alacrità. A proposito del verso del Canto dei Cantici con cui inizia il discorso, il midràsh osserva che non è detto, riferito al Santo, benedetto Egli sia, ‘Io sono venuto nel giardino’, ma ‘nel Mio giardino’, con un significato che implica ‘la Mia stanza nuziale’, il luogo in cui la Mia essenza in origine era rivelata. All’inizio, infatti, la Presenza Divina era rivelata in questo mondo inferiore. Alla conclusione del discorso, il Rebbe cita il midràsh: “Non è dato all’uomo dire (all’Angelo della Morte): ‘Aspetta fino a quando non avrò saldato i miei conti e sistemato la mia famiglia…’”. Perciò, non si devono rimandare i propri sforzi e fatiche spirituali, poiché “chi sa quando verrà il suo tempo?” Il nostro impegno deve essere svolto quindi ovunque e alacremente.


Il mondo è una dimora per D-O Quando uno medita sullo stato delle cose nel mondo, realizza che, fin quasi già dal suo inizio, esso è pieno di impurità e la sua materialità si oppone al Divino. È facile allora pensare che sia impossibile per noi trasformare un simile mondo, rivelando in esso la santità e il Divino. Per questo il Rebbe spiega, all’inizio del suo discorso, che la grossolanità che pervade questo mondo non costituisce la sua vera essenza, ma un aspetto che si aggiunse al mondo, con il peccato dell’Albero della Conoscenza. Nella sua essenza, invece, questo mondo possiede qualità che non è possibile trovare neppure nei mondi spirituali più elevati, poiché “l’Essenza della Presenza Divina si rivelò in questo mondo inferiore.” Uno può tuttavia ancora sostenere che all’inizio le cose, è vero, erano diverse, ma ora il mondo è pieno di male e "i malvagi prevalgono in esso" (Tanya, cap. 6). Nel suo discorso, il Rebbe risponde a ciò, spiegando che il fine ultimo della Creazione è il desiderio di D-O di avere una dimora nei mondi inferiori. Dato che questo scopo arriverà di sicuro alla sua realizzazione e il mondo si trasformerà in una dimora per D-O (nel Tempo a Venire), questo indesiderato stato presente delle cose è solo temporaneo; in realtà, non si è verificato alcun vero cambiamento nel mondo e, per quel che riguarda la sua essenza, esso è anche ora una “dimora per D-O”.


È necessario il lavoro di ciascuno Questa rivelazione, nel Tempo a Venire, sarà tale che “Il mondo sarà pieno della conoscenza di D-O” (Isaia 11: 9), e “ogni essere creato saprà che Tu lo hai creato”; ma ciò è già vero anche oggi (in senso interiore) riguardo ad ogni aspetto del mondo, anche lì dove, superficialmente, ciò che si percepisce sembra opporsi al Divino. Per questo, noi dobbiamo diffondere l’Ebraismo in ogni luogo, così da rivelare il bene e la santità che si trovano intrinsecamente in ogni luogo. L’istinto del male, tuttavia, che è un ‘maestro nel suo commercio’, tenta allora un’altra strategia, e dice: ‘dal momento che il mondo, interiormente, è ‘bene’ anche oggi, e che alla fine si arriverà anche alla rivelazione della sua bontà, sia ciò per opera di un Ebreo o di un altro, che bisogno c’è che proprio tu ti impegni con tanta alacrità; cosa succederà mai se procrastini per un po’?’ Perciò il Rebbe spiega, alla fine del discorso, che ognuno ha il proprio particolare compito spirituale nella vita, e “chi sa quando verrà il suo tempo?” Ogni aspetto fisico di questo mondo ha un tempo prestabilito e una persona designata per il perfezionamento spirituale di quel determinato aspetto; ritardando e indugiando, la persona può facilmente perdere l’occasione di portare a termine ciò che doveva compiere in questo mondo. Bisogna quindi svolgere i propri compiti spirituali con alacrità: non perdere neppure un istante nell’opera di diffusione della Torà e dei suoi precetti e delle sorgenti della Chassidùt. Tutto ciò deve essere fatto anche con grande gioia, poiché ciò affretta l’imminente arrivo di Moshiach, quando D-O tornerà di nuovo, manifestamente, nella Sua “stanza nuziale”. (Da Likutèi Sichòt, vol. 6, pag. 81 – 85)

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