Il Boss


Il portello dell’aereo venne chiuso e rav Shimon, seduto al proprio posto, allacciò la  cintura di sicurezza. Egli conosceva ormai bene tutte le fasi del decollo. Da quando, infatti, aveva preso l’impegno di prestare la propria opera nella sezione Lubavich di Parigi, gli era capitato spesso di viaggiare, per visitare di tanto in tanto la sua famiglia, che risiedeva a Betàr Ilìt. Il rombo dei motori si fece più potente ed il jambo iniziò la sua corsa sulla pista di decollo. Una leggera vibrazione, e l’aereo staccò le ruote dal suolo, guadagnando rapidamente quota e continuando poi a salire, fino a raggiungere l’altezza di crociera. Rav Shimon aprì il suo libro di preghiere ed iniziò a recitare i brani iniziali, in attesa che fosse consentito slacciare le cinture e continuare la preghiera in piedi.

          “Dopo una ventina di minuti – egli racconta – cominciai ad organizzarmi per la preghiera del mattino nella parte posteriore dell’aereo. In genere la cosa non aveva mai procurato problemi. Per quanto la compagnia aerea, con la quale ero abituato a viaggiare, non fosse una compagnia Israeliana, la mia preghiera non aveva mai disturbato l’equipe di volo. Questa volta però, non so perchè, una delle hostess, che dall’aspetto sembrava di origine tedesca, mi pregò più volte di tornare al mio posto, dal momento che arrecavo loro disturbo. All’inizio pensai si trattasse forse di una hostess alle prime armi, che per l’emozione e la tensione tendesse a svolgere il proprio compito con precisione esagerata, ma, dopo che il fatto si ripetè più volte, cominciai a sospettare che la cosa derivasse, piuttosto, da un esagerato (!) ‘amore per Israele’. In ogni caso feci ritorno al mio posto solo dopo aver terminato la mia preghiera.

          Cominciai quindi ad organizzarmi per la ‘campagna dei teffilìn’, come Chabad è solito  fare, presso i viaggiatori Ebrei del volo, molti dei quali in genere accolgono con entusiasmo l’occasione, che viene loro  offerta. Presi i tefillìn e una kippà ed iniziai a passare lungo l’aereo in cerca di Ebrei. Fu allora che nuovamente mi si rivolse la stessa hostess: “Ancora! Lei disturba! La prego di ritornare al suo posto”. Ebbi l’impressione che facesse ciò apposta e con uno spirito ostile. “Guardi, – le dissi allora, mentre estraevo una foto del Rebbe dalla tasca – vede quest’uomo? Lui è il mio ‘boss’, e mi dice cosa io devo fare. Il suo ‘boss’ è il capitano dell’aereo e lui le dice cosa lei  deve fare. Io quindi continuo a fare quello che il mio ‘boss’ mi ha detto di fare, e cioè mettere teffilìn, e lei faccia quello che il suo ‘boss’ le dice di fare e distribuisca il cibo.” Per un attimo l’hostess restò di stucco. Ad una simile reazione non era preparata.  Subito dopo, però, se ne andò, smettendo di disturbarmi.

               Dopo il pasto, continuai con la mia ‘campagna dei tefillìn’, quando, all’improvviso l’hostess si diresse verso di me, spingendo davanti a sè un carrello, e mi si rivolse con un tono questa volta del tutto differente. “Vi ho portato un piccolo carrello. Ho pensato vi potesse essere utile, poichè vedo che tutto il tempo girate con questi in mano” – disse, indicando i tefillìn. Ora fu il mio turno di restare sorpreso.  Comunque, accolsi la sua proposta. Questo fu però solo l’inizio. Dopo un po’, essa mi si rivolse nuovamente. “Forse potrei annunciare all’altoparlante, che tutti i passeggeri Ebrei che desiderano pregare, possono venire da lei, invece che lei debba affannarsi su e giù per tutto l’aereo.” Acconsentii ed essa passò l’annuncio all’altoparlante… Nella fase successiva, ella mi dette la lista dei passeggeri secondo il loro posto sull’aereo, segnando fra di loro quelli che, secondo il nome, erano Ebrei, permettendomi così di rivolgermi direttamente ad ogni Ebreo.

            Più tardi essa venne assieme ad altri assistenti di volo, chiedendomi di potermi rivolgere alcune domande su argomenti di fede e di Ebraismo. La conversazione si prolungò per più di un’ora, ed in essa diedi molte spiegazioni sulle ‘sette mizvòt dei figli di Noè’. Io stesso non riuscivo a spiegarmi da dove mi venissero tutte le risposte e la scioltezza di linguaggio, con le quali risposi loro. Sentii che le parole non venivano da me, ma direttamente dal mio…’boss’.”

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