HaYomYom: Mercoledì, 8 Marcheshvàn 5780

Sabato                                                    8 Cheshvàn                                              5704

Mizvà (precetto) contiene in sé il significato della parola zavta – “unione” “collegamento”. Chiunque compie una mizvà si unisce con l’Essenza di D-O, sia Egli benedetto, che impartisce quel comando. È questo il significato di “La ricompensa di una mizvà è la mizvà (stessa)”: l’unirsi all’Essenza dell’En Sof, Che ha impartito quel comando, costituisce di per se stesso la ricompensa per la persona che lo compie. Quanto detto può essere compreso attraverso un’analogia, presa dal mondo fisico: Una persona estremamente semplice si sente interiormente una nullità davanti alla saggezza ed alla grandezza di uno studioso, una nullità che lo fa sentire come una completa non-esistenza. Il saggio, a sua volta, non sente né percepisce il sempliciotto come qualcuno che abbia una qualche appartenenza alla categoria degli esseri umani! Non che lo studioso lo disprezzi o lo rifiuti, D-O proibisca, poiché questo sarebbe un tratto malvagio; egli, semplicemente non vede alcun nesso né alcun tipo di relazione con lui, in assoluto. Ora, quando il saggio comanda all’uomo semplice di fare qualcosa per lui, questo comando porta “in esistenza” il sempliciotto. Nella sua stessa auto-percezione, ora, egli non è più una nullità, ma è un “qualcuno”; egli ha assunto uno status, per il fatto di essere in grado di mettere in atto un ordine del saggio, dato che proprio a lui il saggio ha rivolto il suo ordine. Ed anche agli occhi del saggio, il sempliciotto ora “esiste”; egli è un “qualcuno” al quale egli (il saggio) può parlare e dare ordini. Inoltre, il comando unisce, di fatto, il saggio, così superiore ed elevato, al rozzo sempliciotto. L’analogia è evidente. È ovvio che nell’analogia citata, non fa alcuna differenza di quale comando si tratti, sia che esso riguardi un argomento grande ed elevato, o uno piccolo e semplice.

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