HaYomYom: Mercoledì, 27 Adàr 2 5779

Sabato                                   27 Adàr 2, Parashat HaChodesh                            5703

Benedici il Capo Mese Nissàn; recita l’intero libro dei Salmi la mattina presto. Giorno di farbrenghen.

Dalle sichòt di mio padre: Il peccato dei figli di Aharòn fu “che avevano presentato un’offerta (lett. anche: si erano avvicinati) alla presenza dell’Eterno ed erano morti”. Si trattò di razo (una tendenza ad elevarsi spiritualmente per unirsi al Creatore, in cui il corpo e la vita mondana sono sentiti solo come un impedimento) senza shov, ritorno. La verità è che, quando ci si presenta davanti a D-O, bisogna essere puliti e puri e (la vicinanza) deve evidenziarsi nelle azioni di fatto. Ciò che è ai livelli più elevati discende nelle più basse profondità, e razo senza shov significa morte. Nella continuazione, D-O comanda a Moshè (Vaikrà 16:2) di parlare ad Aharòn. Le lettere del nome Aharòn sono quelle della parola nirè, “visibile”, che nei termini delle facoltà dell’anima, si riferisce all’intelletto. Moshè deve dire ad Aharòn che, per entrare nel Sacro (nell’area sacra), persino “all’interno della cortina”, nello stato, cioè, precedente al zimzùm (processo di contrazione, che viene a nascondere l’infinitezza Divina), egli deve sapere che… Sull’Arca (haAròn, le stesse lettere di nirè, l’intelletto) vi è il kapòret, una copertura, un’intenzione interiore di nascondere, espressa dalle parole: “il volto del (o “l’aspetto interiore del”) kapòret.” Per questa ragione uno “non deve morire”, egli non deve, cioè, fermarsi al razo, alla sola entrata, poiché “…Io apparirò in una nube sul kapòret“; lo scopo interiore del primo zimzùm è la rivelazione. La parola che introduce tutto ciò è veàl, “egli non dovrà (entrare)”. Questa espressione di negazione indica il totale annullamento di sé, bitul, facendo ciò che la Chassidùt richiede, e non ciò che la sua intelligenza indica. Allora “egli entrerà nel sacro (nell’area sacra).”

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