Fede e ragione


“Il mio D-O e il D-O di mio padre” Dice la Torà: “Questo è il mio D-O ed io Lo glorificherò, il D-O di mio padre ed io Lo esalterò” (Shemòt 15:2). Questo verso indica che un Ebreo si relaziona a D-O sia come al “mio D-O”, sia come al “D-O di mio padre”. Che differenza c’è fra questi due approcci? All’Ebreo è richiesto di relazionarsi a D-O nei due modi. Innanzitutto, vi è la fede in D-O, che è radicata in lui, in quanto tramandata da padre a figlio: “il D-O di mio padre.” Tuttavia, gli si richiede anche di relazionarsi a D-O e di unirsi a Lui utilizzando i propri processi di comprensione: il “mio D-O”. Nel primo caso, dal momento che egli semplicemente crede, ma non conosce, il suo rapporto con D-O è informe e distante; si tratta solo del “D-O di mio padre”. Solo quando egli comprende D-O, a un qualche grado limitato, questa relazione permeerà la sua mente. Egli potrà allora dire: “Questo è il mio D-O!”

Materia e spirito Il Matàn Torà ha reso possibile a “ciò che sta in alto di scendere in basso”, permettendo alla spiritualità di permeare il mondo materiale, e a “ciò che è in basso di salire in alto”, permettendo alla materialità di aderire alla spiritualità. Ciò comporta la possibilità per un’entità materiale di divenire una cosa sola con il Divino, pur mantenendo la propria fisicità. Se fosse solo la spiritualità a scendere in basso, senza una corrispondente possibilità di ascesa per questo mondo materiale, ciò comporterebbe semplicemente l’annullarsi del materiale nello spirituale. Poiché lo scopo di D-O nel creare un mondo fisico fu quello di una sua santificazione e non di un suo annullamento, fu necessario che la materialità mantenesse la propria identità. Ciò può essere realizzato solo quando coloro che sono in “basso” si elevano, in forza del proprio servizio spirituale. Comunque, per poter fare ciò, bisogna che prima D-O discenda in “basso”, in modo da elargire la forza necessaria a potersi poi elevar attraverso i propri sforzi.

Credere e comprendere, due obblighi che si completano Nei termini del servizio spirituale dell’uomo, questi due livelli corrispondono alla fede in D-O e alla conoscenza di D-O. La fede assoluta è un dono dall’alto. Quindi, anche quando una persona è benedetta con la fede – “il D-O di mio padre” – questa non permea il suo essere, fino a quando non è la persona stessa a sforzarsi per essa. Solo quando una persona si sforza di comprendere D-O – al punto di “questo è il mio D-O” – essa può veramente essere unita a Lui. In ogni caso, la fede è un bastione per il servizio Divino, poiché l’intelletto, se lasciato a se stesso, può molto facilmente tradire l’uomo, che a causa dell’amore per se stesso può divenire cieco di fronte alla verità. Facendo precedere la fede alla conoscenza, ci si assicura che la successiva comprensione sarà corretta. L’intento del Matàn Torà nella parashà Itrò, che descrive gli eventi che riempirono di fede gli Ebrei grazie al discendere di D-O dall’alto, fu che coloro che erano in “basso” si elevassero grazie al loro stesso servizio e al loro proprio intelletto; che la Torà cioè permeasse e divenisse una sola cosa con l’intelletto dell’uomo, come è espresso nei comandi razionali della parashà Mishpatìm. Questo è il motivo per cui la parashà Mishpatìm, che rappresenta l’unione della mente umana con quella Divina, segue immediatamente la parashà Itrò, che tratta della fede e del rivelarsi del Divino dall’alto. (Basato su Likutèi Sichòt, vol. 16, pag. 243-247)

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