“Fare” la Festa di Shavuòt


La prerogativa della Festa Per quel che riguarda invece i Giorni Festivi, le cose stanno diversamente. Il lavoro di per sé è proibito anche nel Giorno Festivo, ma per la preparazione del cibo, è permesso. Questo, poiché di festa ci si deve occupare anche del mondo materiale, così da infondere santità anche in ciò che riguarda i bisogni materiali: il cibo e le attività secolari (che servono alla preparazione del cibo). Rispetto al Sabato, è detto: “essi prepareranno (per il Sabato) il sesto giorno”, poiché il Sabato trascende il profano, le normali occupazioni settimanali. Il Giorno Festivo, invece, è indicato come mikrà kodesh, una sacra assemblea. Il termine mikrà, secondo l’interpretazione dello Zohar, ha la connotazione di ‘convocazione’ che, in senso più profondo e spirituale, significa ‘richiamare’ il sacro, facendolo discendere e penetrare nel profano, ed elevare il profano alla santità. Per questo, “non può esservi gioia senza carne… e non può esservi gioia senza vino”, cosa che, secondo il Shulchàn Arùch dell’Admòr Hazakèn, è da considerarsi anche oggi un obbligo della Torà. Avendo infatti il Giorno di Festa il significato di mikrà kodesh – santificare il profano – esso è legato a cose materiali, come la carne e il vino. Il Sabato trascende completamente la materialità. Gli aspetti fisici del Sabato sono sublimati, essi perdono il loro materialismo. Nel Giorno di Festa, invece, è compito dell’uomo convertire il profano in santità. Questo è quindi il significato dell’insegnamento dell’Admòr Hazakèn “E farai la Festa di Shavuòt”: cambiare il feriale, il profano in Giorno di Festa. Tutto lo scopo della Torà è infatti santificare il profano. (Shavuòt 5715)

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