Dopo tanto tempo, le stesse parole!

Una benedizione del Rebbe, un bambino che nasce...ma la storia non finisce qui...


Nacqui a Parigi, dopo la seconda guerra mondiale. Ero figlio unico di genitori anziani. Quando ero ancora piccolo, ci trasferimmo nella Terra Santa ed approdammo a Gerusalemme. Già in tenera età capii, che un qualche segreto avvolgeva la storia della mia nascita, ma i miei genitori non me ne parlavano mai. Sapevo di essere nato dopo molti anni, che essi erano sposati, ma niente più di ciò. All’età di ventiquattro anni mi sposai. Poco prima del matrimonio, mi si presentò mio padre e, come in un risveglio improvviso, mi raccontò la storia della mia nascita. Calde lacrime solcavano il suo viso, e quest’immagine mi accompagna fino ad oggi.

            I miei genitori scapparono, durante la guerra, dalla Polonia in Russia, e lì subirono disgrazie e continui spostamenti. Alla fine della guerra, mio padre aveva cinquant’anni, mentre mia madre ne aveva quaranta. Certamente essi erano felici di essere sopravvissuti alla guerra, ma un’ombra oscurava questa felicità: in quel periodo si compivano vent’anni dal loro matrimonio ed ancora non avevano avuto figli. La nube della solitudine pesava sulla loro vita. A che cosa era servito essersi salvati, se non vi sarebbe stata nessuna discendenza? In quanto cittadini Polacchi, essi ricevettero il permesso di lasciare la Russia e giunsero a Parigi. Questa costituiva una tappa intermedia per molti profughi, diretti in America o in Israele. Un giorno mio padre sentì da un suo amico, chassìd Chabàd, che era giunto in città un ospite importante, di nome rav Schneerson, genero del Rebbe di Lubavich (il Rebbe precedente). Era venuto da New York a Parigi, per accogliere sua madre, che era uscita dalla Russia. La prima volta che mio padre incontrò rav Schneerson fu nella sinagoga di un quartiere Ebraico di Parigi, in prossimità della festa di Pèsach. Mio padre gli si rivolse e fra i due nacque una conversazione su temi di Torà, dalla quale poi passarono ad argomenti riguardanti la storia della vita di mio padre, principalmente per quanto riguardava il tempo della guerra. Rav Schneerson chiese a mio padre se avesse famiglia, ed a quel punto mio padre scoppiò in singhiozzi e disse che era sposato, ma senza figli. Rav Schneerson prese la sua mano, la strinse calorosamente e lo benedisse, affinché egli  potesse compiere l’anno successivo, con l’aiuto di D-O,  nella festa di Pèsach, la mizvà di “E  racconterai a tuo figlio”… Alla sera del Sèder dell’anno seguente, io c’ero già. Nacqui due mesi prima di ciò. Mio padre vide quindi realizzarsi la benedizione di rav Shneerson e poté compiere la mizvà di “E racconterai a tuo figlio”….

        Tutti gli anni, da quando io mi ricordo, la sera del Sèder era, in casa nostra, un avvenimento particolarmente commovente. Mio padre rispondeva con entusiasmo eccezionale alle mie ‘quattro domande’, dandomi meravigliose spiegazioni, con pazienza infinita, nel corso di tutta l’Haggadà. Non avevo mai capito come mai mio padre, proprio la sera di Pèsach, si riempisse di  un simile entusiasmo. Ora, tutto mi era chiaro. Qui finisce la storia, ma non è ancora completa. Passarono molti anni, nel corso dei quali godemmo della nascita dei nostri figli, che, grazie a D-O, crebbero ed arrivarono essi stessi all’età del matrimonio. Lo sposo della mia figlia maggiore era americano, ed essi rimasero a vivere lì. Un anno dopo, poco prima di Pèsach, mia figlia stava per dare alla luce un bambino. Decidemmo di raggiungerla, con tutta la famiglia, per esserle di aiuto nei preparativi al parto e nei giorni successivi.

            Nei primi giorni della nostra permanenza, dissi a mio genero, che sarei stato felice di poter andare a New York, a visitare il Rebbe di Lubavich, Menachem Mendel Schneerson. Mio genero cercò di convincermi a non farlo, spiegando che la cosa non era accettata dalla corrente ortodossa alla quale noi appartenevamo. Io però restai fermo nella mia intenzione. Mio genero rimase stupito.  In ogni modo, mi disse che, per quel che ne sapeva, il Rebbe era solito distribuire la domenica, dollari, da destinare alla zedakà (carità), e benedizioni, ed in quella occasione ognuno poteva rivolgergli qualche parola in breve. Già la domenica successiva partii per New York. Portai con me uno dei miei figli, ed arrivammo a ‘770’, il Centro mondiale di Chabàd. Aspettammo in fila più di cinque ore, tra migliaia di persone. In quelle ore raccontai a mio figlio, per la prima volta, la storia meravigliosa legata alla mia nascita.Volli dargli la possibilità di capire, perché suo padre si era così ostinato, per arrivare dal Rebbe di Lubavich.

        Erano quasi le cinque del pomeriggio. Arrivai in un angolo dal quale era possibile scorgere il viso del Rebbe. Ne ricevetti un’impressione fortissima. Un timore sacro avvolgeva il posto. Vidi che tutti passavano velocemente, alcuni chiedevano qualcosa ed il Rebbe rispondeva loro in breve. Per quel che mi riguarda, non avevo in programma di parlargli. Il mio unico desiderio era di vedere, una volta nella mia vita, il Rebbe. Guardare da vicino colui, per il merito del quale ero venuto al mondo. Venne il mio turno. Mio figlio passò prima di me. Il Rebbe gli diede un dollaro e lo benedisse con la consueta formula ‘brachà vehazlachà’  (benedizione e riuscita), dopo di che gli si rivolse in lingua yiddish: “Ti sei già preparato a chiedere le ‘quattro domande’?” Mio figlio capisce l’yiddish, ma, evidentemente emozionato e confuso, non afferrò la domanda. Il segretario del Rebbe gli tradusse allora la domanda in Ebraico e mio figlio rispose affermativamente. Il Rebbe gli porse un altro dollaro e gli disse con un sorriso: “Questo per le ‘domande’ “.  A quel punto passai io, ed il Rebbe diede anche a me la consueta benedizione più un secondo dollaro “Per la risposta alle ‘quattro domande’“. All’improvviso, però, mi guardò intensamente e poi continuò, questa volta con un grandissimo sorriso: “Per ‘E racconterai a tuo figlio’ “…

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