Dobbiamo essere disponibili a sporcarci


L’importante è fare la volontà di D-O Tutto Israel è “un regno di sacerdoti ed un popolo santo”. Ogni Ebreo ha il dovere di assolvere diversi compiti e di occuparsi del servizio Divino, anche quando questo richiede un cambio di abiti, anche quando è composto da parti più difficili e meno ‘onorevoli’. Ogni particolare nel servizio Divino, persino la preparazione a un precetto, e perfino la preparazione alla preparazione, è così importante che il sacerdote stesso lo compie. Noi non adempiamo ai precetti per la loro importanza, e non calcoliamo quale precetto sia più lieve né quale più grave. Noi osserviamo i precetti poiché questa è la volontà di D-O benedetto. Non è importante per noi quale in specifico sia la Sua volontà. Ogni precetto è importante per noi, e noi dobbiamo compiere ogni precetto, ed anche la preparazione connessa al precetto, con la stessa volontà e con la stessa dedizione. Noi dobbiamo gioire di ogni azione, anche quella del ‘versare la cenere’, poiché con essa meritiamo di compiere la volontà di D-O.

Non tirarsi mai indietro Quando un Ebreo si preoccupa di avvicinare un altro Ebreo, egli non deve dire: “Ciò che mi riguarda è solo avvicinare coloro che si possono trovare già, in genere, nella sinagoga o nella casa di studio, mentre un Ebreo che si è allontanato troppo, non ha a che fare con me, e non è compito mio avvicinarlo”. Un simile ragionamento è errato. Ecco infatti, che il sacerdote stesso si cambia gli abiti, si reca nel luogo più basso, cosa che può essere considerata per lui come una discesa dal suo livello, e solo in questo modo merita il titolo di “sacerdote”. Così si comportò D-O Stesso. Quando i Figli d’Israele scesero in Egitto, D-O scese con loro, ed Egli Stesso li tirò fuori dall’Egitto, “Non per mezzo di un angelo e neppure per mezzo di un saràf, né per mezzo di un inviato… Io, D-O, Io e non altri” (dall’Haggadà di Pèsach). E così sarà nel futuro più prossimo, quando il Santo, benedetto Egli sia, raccoglierà ogni Ebreo col suo braccio e ci farà uscire dall’esilio, già questo mese di Nissàn stesso!

(Da Likutèi Sichòt, vol. 37, pag. 1, 5-6)

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