Dal buio alla luce

Daniel era un bel bambino, pieno di vitalità e gioia per la vita. Questo, fino a quel tragico giorno in cui, per l'errore involontario di un'infermiera, era diventato cieco! Una disgrazia, dalla quale sembrava non esserci ritorno...

Questa storia ebbe inizio a New York, nel 1973. Daniel Londberg non era sempre stato cieco. Egli era un bambino normale, fino a che arrivò ai due anni. Poi, un tragico errore: invece delle gocce per gli occhi al nitrato d’argento, una soluzione all’1%, l’infermiera aveva usato per gli occhi di Daniel una soluzione al 70%, quella solitamente usata per pulire l’area del cordone ombelicale. Alla prima goccia il piccolo Daniel iniziò ad urlare per il dolore. Il risultato fu tremendo: cecità per la vita! Invano i dottori accorsi tentarono di minimizzare il danno, che fu giudicato irreversibile. I genitori, distrutti, non furono comunque disposti ad arrendersi.

  

Iniziò allora un lungo pellegrinaggio, di specialista in specialista, alla ricerca del miracolo. Nessuno però aprì loro lo spiraglio di una minima speranza. Il consiglio era quello di rassegnarsi ed iniziare ad educare il bambino a cavarsela nella vita, in assenza del senso della vista. Essi però, per una ragione completamente inspiegabile ed illogica, rimasero nella convinzione che Daniel un giorno sarebbe tornato a vedere, mettendo fine a quel terribile incubo. Fu allora che uno degli specialisti consultati, il dottor Hornblass, si dichiarò disponibile a tentare qualcosa, pur non promettendo niente riguardo al risultato. In ogni caso valeva la pena di tentare. Il trattamento sarebbe durato un mese, dopo di che si sarebbe dovuto aspettare ancora alcuni mesi per vedere gli eventuali risultati. Le speranze risorte produssero una tensione insopportabile, che accompagnò i genitori per tutto il periodo. Dopo tre mesi, il dottor Hornblass li convocò nel suo ufficio, li fece accomodare e, con voce solenne, annunciò di aver fatto del suo meglio, ma di non aver visto purtroppo alcun risultato. Non c’era ormai scelta. La cecità del loro bambino andava ormai accettata come dato di fatto assoluto ed irreversibile.

  

I Londbergs uscirono di lì con il cuore spezzato, esausti dopo un anno e mezzo di tentativi e ricerche, che non avevano portato a nulla. Essi decisero quindi di accettare il loro destino. Ma il destino può riservare sorprese. Il signor Londberg decise di prendersi un periodo di ferie per riposarsi e riprendersi. I suoi superiori si dimostrarono disponibili e comprensivi, e gli concedettero due settimane libere. Al suo ritorno, un suo collega, un chassìd Chabad, rav Menachem Mendel Tenenbaum, lo guardò con aria inquisitoria. Vedendo il dolore che il padre cercava di non far trasparire, decise di affrontarlo apertamente. Guardandolo negli occhi, gli chiese: “Dimmi, hai scritto al Rebbe?” Londberg aveva sentito che i Chabad credevano di fatto che il loro Rebbe potesse fare miracoli, e probabilmente quel collega si meravigliava del fatto che egli non gli si fosse ancora rivolto, per chiedere una benedizione. Per lui però tutte quelle non erano altro che un mucchio di sciocchezze! Non avrebbe mai fatto una cosa simile! Chi ha mai sentito una cosa così? Miracoli? Ogni persona normale sapeva che erano tutte superstizioni. Simili cose non esistono.

Rav Tenenbaum interruppe i suoi pensieri: “Scrivi semplicemente al Rebbe, e può essere che tutti i tuoi problemi si risolvano. Prova perlomeno. Moltissima gente è stata aiutata. È un po’ come Moshè, che condusse gli Ebrei fuori dall’Egitto”. Londberg stimava Rav Tenenbaum: si trattava infatti di un uomo intelligente e di buon cuore, col quale spesso in quegli anni aveva scambiato parole amichevoli. Egli ascoltò le sue parole e, improvvisamente, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Chi avrebbe mai creduto che lui, George Londberg, un uomo normale e razionale, avrebbe mai consultato un Rabbi per una benedizione! Si sentì però ormai con le spalle al muro. “Okay” rispose, “Ma sei sicuro che funzionerà? Okay, ci provo, ma cosa devo fare esattamente? Mettiamoci in un angolo tranquilli e dimmi cosa devo scrivere.” Tenenbaum però esitò. Aveva ancora infatti qualcosa da dirgli. “Permettimi prima di farti una domanda personale” iniziò a dire in tono cauto, “tu metti i tefillìn?” Londberg scrollò le spalle e scosse la testa in senso negativo, sperando che quel ‘no’ non lo avrebbe squalificato.

 

“Ascolta, George” continuò rav Tenenbaum, “le benedizioni sono come la pioggia; esse non funzionano così bene se tu prima non hai ‘arato e seminato’. Io penso che se vuoi chiedere una benedizione, tu debba prima creare un recipiente che possa riceverla. Un esempio è proprio quello di mettere i tefillìn ogni giorno feriale.” George si sentì preso da un dilemma. Da un lato gli sembrava una cosa ridicola: in fondo siamo nel ventesimo secolo! D’altro lato egli era un Ebreo, e di fatto non sapeva nulla di Ebraismo e... chi sa mai... forse Moshè aveva fatto veramente dei miracoli! Forse anche oggi c’era qualcosa di simile?!

 

Alla fine egli acconsentì e scrisse la sua lettera al Rebbe, con la promessa di mettere i tefillìn ogni giorno feriale. La consegnò quindi a rav Tenenbaum, che si sarebbe incaricato di farla pervenire al Rebbe. Il giorno dopo, il telefono di George squillò. All’altro capo si udì la voce emozionata di rav Tenenbaum: “Buone notizie! Il Rebbe ha risposto! Ed è una risposta positiva!” Londberg aveva difficoltà però a condividere quell’entusiasmo. Egli era infatti ancora pieno di dubbi circa queste cose. Rav Tenenbaum non si lasciò influenzare e mantenne tutta la sua eccitazione, mentre leggeva la risposta. Alla fine, ricordò a George la promessa riguardo i tefillìn.

 

Il giorno dopo, quando George tornò dal lavoro, trovò sua moglie in preda all’emozione. Ella giurava che il piccolo Daniel aveva reagito alla luce... che i suoi occhi sembravano seguire gli oggetti! Il giorno seguente George portò il bambino dal dr. Hornblass, che lo visitò e si rivolse irato al padre. “Siete andato da un altro dottore senza dirmelo?! Dopo tutto il tempo e le cure che vi ho prestato, avreste potuto perlomeno informarmi!” “Ma non siamo andati da nessun altro dottore.” Fu la risposta, “Perchè me lo chiedete?” “Se è così, io non capisco cosa stia succedendo” disse il dottore stupito, “Suo figlio sta riacquistando la vista!! Scientificamente, questa è una cosa impossibile!” Quando Londberg gli disse della benedizione del Rebbe, il dottore sembrò sollevato e disse. “Ah, ora capisco; il Rebbe di Lubavich! Con lui, tutto è possibile!”

 

Tre mesi dopo, con la costante cura e guida del dr. Hornblass, Daniel tornò a vedere perfettamente, e, cinque anni dopo, all’età di sette anni, fu sottoposto ad un intervento, che rimosse completamente ogni segno di quello che era stato. L’intera storia dell’inspiegabile guarigione di Daniel apparve nel numero dell’ottobre 1976 del Giornale della Medicina dello stato di New York.... senza alcuna menzione al Rebbe di Lubavich. La famiglia Londberg, però, sapeva perfettamente quale fosse la verità e, fino ad oggi, George mette i tefillìn ogni giorno feriale, come aveva promesso.

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