Creare un legame

La realtà spirituale è al di sopra dell’uomo

Fin dall’inizio l’uomo è stato consapevole dell’esistenza di una realtà spirituale, che va al di là di quella materiale, che si presenta ai suoi occhi. Questa stessa consapevolezza, però, è fonte di confusione. La realtà spirituale, infatti, per definizione, è al di sopra dell’uomo, ad un livello che trascende la sua facoltà di comprensione. Il nostro mondo è di natura materiale e le nostre facoltà percettive sono programmate in funzione di un tale sistema. La realtà spirituale che noi sappiamo esistere, si trova su di un piano superiore a quello della nostra comprensione. Vi sono esperienze ‘mistiche’ nelle varie religioni che cercano di risolvere questa difficoltà, tramite riti o meditazioni atti ad elevare la persona, portandola al di sopra del contesto del nostro mondo materiale limitato. Questo tipo di approccio si imbatte tuttavia in due difficoltà fondamentali. 1) Se, per definizione, la realtà spirituale trascende la nostra concezione, come è possibile per l’uomo relazionarvisi? 2) Un mondo tutto spirituale, non è in sintonia con lo scopo per cui D-O ha creato il mondo. Egli ha creato il nostro mondo materiale, infatti, per uno scopo definito, e adottare una fede imperniata sulla necessità di trascenderlo, comporta una negazione di questo scopo.

Una sollecitazione dall’Alto

L’Ebraismo offre una diversa alternativa: la possibilità di stabilire un legame fra il mondo materiale e quello spirituale. L’iniziativa che porta a ciò, però, deve venire da D-O e non dall’uomo. È D-O a darci gli strumenti per relazionarci a Lui, permettendoci in questo modo di elevare anche il nostro mondo. E questi strumenti sono i precetti. Al Santo, benedetto Egli sia, che differenza fa in quale precisa modalità un precetto va eseguito? I precetti sono stati dati solo per purificare gli esseri creati. La maggior parte dei precetti ha a che fare con oggetti materiali, entità alle quali noi siamo in grado di relazionarci e che ci sono accessibili. Di per se stesse, però, queste entità non hanno alcuna importanza per D-O. Nonostante ciò, per dare all’uomo un canale attraverso il quale relazionarsi a Lui, Egli conferisce importanza a queste azioni. Non solo, il legame che si stabilisce con D-O tramite l’adempimento dei precetti, permea il mondo che ci circonda, e le entità utilizzate per la loro osservanza vengono comprese in questo legame spirituale. Un esempio può spiegare questo concetto. Un saggio vive nel regno del pensiero; la sua vita si concentra attorno alle idee ed ai concetti. Il resto riveste scarsa importanza ai suoi occhi. Un semplice portatore d’acqua non attrarrà la sua attenzione. Non è che lui lo guardi dall’alto al basso o lo veda in modo negativo. Essi semplicemente non hanno nulla in comune. Non vi è alcun modo in cui il portatore d’acqua possa relazionarsi al saggio; egli non ha la possibilità di comprendere i suoi pensieri. Nè le preoccupazioni del portatore d’acqua rivestono alcun interesse per il saggio. Se, però, il saggio chiede un favore al portatore d’acqua ed il portatore d’acqua glielo fa, un legame viene a stabilirsi fra i due. Il divario fra il Creatore e gli esseri creati è ben più grande di quello che separa il portatore d’acqua dal saggio. Eppure D-O ci chiede un favore: “Osservate i Miei precetti”, e con questa richiesta si stabilisce una connessione. Il termine stesso ebraico per precetto – mizvà – allude a questa relazione, provenendo esso dalla radice della parola zafta, che significa ‘legame’.

Tre approcci

Questo concetto possiede una dimensione ancora più profonda. È il comando di D-O, e non la sua esecuzione da parte dell’uomo, a stabilire una connessione fra i due. L’uomo ha la scelta di obbedire o meno, ma con il dargli il comando, D-O è già entrato nel suo mondo. Scegliendo di obbedire al comando, l’uomo conferma e rinsalda il legame, mentre rifiutandosi lo nega. Tuttavia, a prescindere dalla decisione dell’uomo, D-O ha comunque già creato un’apertura, stabilendo una relazione fra di loro. La facoltà di scelta dell’uomo riguarda la sua volontà di sviluppare questo rapporto. Qui si trova una connessione con la parashà Zàv. Il nome Zàv significa ‘comando’ ed è preso dal verso introduttivo: “E D-O parlò a Moshè: ‘Comanda ad Aharòn…’” Nella Torà si trovano tre termini generalmente usati per introdurre un comando: 1) Emòr – ‘dì’; 2) Dabèr – ‘parla a’; 3) Zàv – ‘comanda’. Tutti e tre questi termini esprimono un comando di D-O, ma quello che più strettamente si riferisce, sia concettualmente che etimologicamente, al concetto di mizvà come è stato esposto, è zàv. I termini ‘dì’ o ‘parla a’ sembrano lasciare un’opportunità di scelta, nelle mani di chi riceve il comando. Egli ha sì ricevuto un ordine da eseguire, ma il tono con cui esso è stato trasmesso implica una possibilità di scelta: gli è stato detto cosa fare ed egli può decidere se farlo o no. Il termine zàv, invece, esprime un comando netto, da eseguire senza alternativa. In questo caso, l’iniziativa presa da D-O nel comandare la persona, la pervade al punto di conferirle anche la spinta necessaria all’esecuzione del comando. Le mizvòt che sono introdotte dal termine zàv si relazionano alla dimensione più trascendente di D-O ed arrivano a penetrare la dimensione più profonda dell’uomo, legandole insieme in un’entità unica.

(Likutèi Sichòt, vol. 7, pag. 30; vol. 8, pag. 232; vol. 32, pag.1)

#comando #precetti #Zàv

0 visualizzazioni

©2019 di Vivere la Gheula. 

  • Facebook Icona sociale