Barzèl: ferro per distruggere o ferro per costruire?

Cosa esprime il 10 di Tevèt

 Il 10 di Tevèt è uno dei quattro digiuni, che furono stabiliti dai nostri Saggi, in memoria della distruzione del Tempio, eppure, riguardo alla sua gravità, esso è al livello di Yom Kippùr (nel senso che, se fosse caduto di Sabato, si sarebbe dovuto digiunare di Sabato). Questo, poiché il 10 di Tevèt ebbe inizio il processo che avrebbe portato alla distruzione, e nell’inizio vi è sempre una forza, che non c’è nel seguito, e talvolta neppure nella fine.      In quanto giorno di digiuno, d’altro canto, il 10 di Tevèt è un giorno propizio per avvicinarsi a D-O. I giorni di digiuno, infatti, rappresentano un momento particolarmente favorevole, per fare teshuvà (pentimento, ritorno), e portare, così, la Gheulà. Se ciò è vero in generale, per quanto riguarda il 10 di Tevèt, la cosa prende un aspetto ancora più forte ed evidente, poiché al principio dell’assedio (di Gerusalemme), le mura (che circondavano la città) non erano ancora state neppure toccate, cosicché, se si fosse fatto teshuvà, la distruzione sarebbe stata evitata, già dall’inizio!     In questo digiuno, quindi, il momento favorevole per la teshuvà e la Gheulà risalta in modo più evidente, che negli altri digiuni, poiché in esso non vi era ancora compresa la distruzione di fatto, ma solo il risveglio verso la teshuvà, che avrebbe potuto evitare la distruzione.

Barzèl (ferro)

    Nelle profezie di Ezechiele sull’inizio dell’assedio, è scritto: “Prenditi poi una padella di ferro e mettila come un muro di ferro che faccia separazion fra te e la città… e sia assediata… È un segno per la casa di Israele.” Il ferro (barzèl) allude alla distruzione del Tempio. Un’ulteriore allusione ad esso, in relazione alla distruzione, risulta dal fatto che, per la costruzione del Tempio, era vietato usare del ferro (nemmeno strumenti di ferro), e ciò, poiché il ferro allude alla distruzione.      Il rimedio di ciò, è: il ‘barzèl’ (ferro) dal lato della santità. A cosa ci si riferisce? Ai talmidèi chachamìm (coloro che dedicano la loro vita allo studio della Torà), che sono paragonati al ‘ barzèl’, come è scritto: “La terra le cui pietre sono di ferro”. Su questo verso, i nostri Saggi dicono: “Non leggere ‘le sue pietre’, ma ‘i suoi costruttori’ (non avnèa, ma bonèa, ossia: i talmidèi chachamìm, che sono in essa, sono quelli che costruiscono la terra; sono essi il ‘barzèl’.) Il ‘barzèl’ dei talmidèi chachamim esprime la forza dell’essenza dell’anima, là dove viene annullato il potere dell’istinto del male.      Il ‘barzèl’ del 10 di Tevèt allude anche allo scopo interiore dell’assedio di Gerusalemme: risvegliare la teshuvà (la forza, il barzèl della santità), per evitare il barzèl della distruzione.     E questo è valido, anche dopo che vi è stata la distruzione, poiché vi è qui uno scopo positivo, uno scopo ancora più elevato:  arrivare al completamento del ‘barzèl’, col Terzo Tempio, quello eterno.     I diversi tipi di metallo, che sono ricordati tra le offerte che furono portate per il Santuario – oro, argento e rame – alludono ai due Templi ed all’esilio. Questi tre metalli ci offrono un insegnamento sui diversi modi in cui si esprime il donare: nella parola oro, in Ebraico, si trovano le iniziali delle parole, che formano la frase “ Questo è colui che dona (mentre è) in salute”, che ci mostra il modo di donare perfetto, e allude al Primo Tempio, che era completo. L’argento contiene le lettere, che formano le iniziali della frase: “Quando c’è un pericolo, che fa temere”, che si riferisce ad un modo meno perfetto di donare (già motivato da un interesse) ed allude al Secondo Tempio, nel quale mancavano cinque cose (L’aròn haKòdesh, gli Urìm e Tumìm, ecc.).     Il rame contiene le iniziali di: “Il donare del malato, che ha detto: date”, che si riferisce al donare dell’uomo, che è già nella condizione di malattia. Così è anche la nostra condizione nell’esilio, la quale, a causa dell’assenza del Tempio, mette il Popolo d’Israele in uno stato di malattia, in cui egli si rivolge al Santo, benedetto Egli sia, dicendogli: “Dacci”. Dacci il Terzo Tempio, che sarà completo, anche in rapporto al Primo Tempio, e che è paragonato al barzèl– che esprime forza ed eternità.

L’ordine nei “Giorni di Moshiach”

    Il rapporto del barzèl con il Terzo Tempio e il tempo della Gheulà, si trova anche nelle lettere che formano la parola barzèl, che costituiscono le iniziali di:  Bilhà (la schiava di Rachèl Imènu), Rachèl, Zilpà (la schiava di Lea Imènu), Lea – le quattro mogli di Yacov e Madri delle 12 tribù. L’ordine in cui esse sono ricordate, però, va proprio all’incontrario: prima vengono le schiave, e solo dopo, le padrone! È una cosa questa, che esprime sfrontatezza, ed è questo il tema del barzèl della klipà, la forza e l’insolenza, nel senso negativo.     Qui, però, si applica la regola, che dice: “Tutto ciò che sta più in alto, cade più in basso”. Questa regola è facile da capire, se riferita, per esempio, ad un muro di mattoni. Se il muro cade, i mattoni che finiranno più lontani, saranno, evidentemente, quelli che stavano più in alto. Così, anche in questo mondo: ciò che cade più in “basso”, ha la sua origine più in alto, ha una radice spirituale più elevata. Perciò, nel suo significato più interiore, l’ordine in cui sono ricordate le Madri esprime proprio il loro livello originale e più vero, barzèl dal lato della santità, ed il loro grado, che si rivelerà nei Giorni di Moshiach.    In modo analogo accade, anche per quel che riguarda il Tempio: il Santuario era di legno – mondo vegetale. I due Templi erano di pietra – mondo minerale, che è ad un livello inferiore. Il Terzo Tempio, invece, sarà fatto proprio di barzèl, il cui livello, nel mondo minerale, è inferiore a quello delle pietre, ma è più forte ed esprime il grado del “basso” al di sopra dell’“alto”, come è alluso dalle iniziali del barzèl, secondo quanto detto precedentemente. Tutto ciò si rivelerà in modo manifesto, proprio nella Gheulà vera e completa, nella quale si potrà vedere il valore vero di ogni cosa.

   Si trova qui anche una risposta ad un quesito, che provoca stupore: perché, fra i materiali che Re David preparò per la costruzione del Tempio, nel libro Divrèi haIamìm, viene ricordato “…e barzèl centomila kikarìm”, se il ferro non fu, poi, inserito fra i materiali da costruzione? Cosa fecero con così tanto barzèl?? Si tratta qui, di fatto, di un’intenzione che riguardò la costruzione del Terzo Tempio, che nel futuro sarà eretto da ‘David Malcha Meshicha’, cioè da Moshiach, e nel quale verrà utilizzato molto barzèl.

La discesa, in funzione di una salita

    Nel Primo e nel Secondo Tempio non venne impiegato barzèl in assoluto, poiché esso rappresenta la loro distruzione: essi furono distrutti per mezzo del ferro. Nel Terzo Tempio, invece, che sarà eterno, non vi è timore del ferro, del suo aspetto contrario alla santità, in quanto il male sarà completamente abolito, ed allora, il valore positivo del barzèl potrà rivelarsi.     Se così, anche negli avvenimenti collegati alla distruzione, riguardanti il 10 di Tevèt, vi è lo scopo finale della trasformazione del male in bene e la rivelazione del valore interiore di ogni cosa, poiché lo scopo interiore, presente nella distruzione del Tempio, è proprio quella di condurre al Terzo Tempio, una costruzione eterna.

    Guardando le cose più a fondo, si scopre che anche la data del 10 di Tevèt, di per sé, esprime lo stesso tema: Tevèt è il decimo mese (secondo il conto che la Torà fa dal primo dei mesi, Nissàn, mese della Gheulà) e il 10 di Tevèt, è il decimo giorno del decimo mese, e poiché è detto: “E il decimo sarà sacro”, la perfezione del numero dieci si esprimerà proprio nei Giorni di Moshiach (come nell’esempio della decima ‘vacca rossa’, della decima cantica di ringraziamento a D-O, che sarà cantata allora, ecc.).    Il mese di Tevèt è denominato come “il mese in cui il corpo trae piacere dal corpo”, che significa che, trattandosi di un mese freddo, l’uomo ha piacere del calore, che proviene dalla vicinanza degli altri. Il significato interiore di ciò, però, allude ad un qualcosa di molto elevato spiritualmente: D-O (il “corpo”, per così dire, che sta in alto) ha piacere di ognuno d’Israele (il “corpo” che sta in basso) – una condizione che si rivelerà nella sua completezza, principalmente nei Giorni di Moshiach.     Quando il 10 di Tevèt cade di martedì (come nell’anno in cui fu pronunciato questo discorso), giorno nel quale, all’atto della creazione, il detto “che è buono” fu ripetuto due volte, risulta evidenziato il bene, che è nascosto in questo giorno: la seconda volta che fu detto “che è buono”, fu in relazione alla “vegetazione, piante che generano semi, secondo la loro stessa specie e alberi che producono frutti nei quali è contenuto il loro seme” – cosa che evidenzia la crescita che seguirà. Così, anche il 10 di Tevèt, che cade in questo giorno, evidenzia che l’esilio è l’inizio della ‘crescita’ della Gheulà, che seguirà, fino ad arrivare al suo completamento, nella Gheulà vera e completa.

La forza nascosta nella parashà di Vayechì

    È possibile ora chiarire anche il legame che esiste con tutto ciò che è stato detto finora, e la parashà di Vayechì, che viene letta nella Torà, questa settimana.     Poiché questa parashà è l’ultima del Libro della Genesi, che viene chiamato: il ‘Libro dei Padri’ (Shabàt ‘Chazàk’), ed in essa è descritta la condizione dei Figli d’Israele nella terra d’Egitto, cosa che, di fatto, diede inizio all’esilio, vi è la necessità di un incoraggiamento speciale, che valga per tutta la durata dell’esilio (fino alla Gheulà, che è lo scopo dell’esilio), un incoraggiamento che viene dai Padri. Questo incoraggiamento è espresso, principalmente, nel nome della parashà: “E visse Yacov”, e nella benedizione che egli dà, in seguito, ai suoi figli. Yacov, il cui tratto principale è la Torà, la verità e l’eternità (come dissero i nostri Saggi: “Yacov non è morto”), dà la forza a tutti i Figli d’Israele, per tutto il tempo dell’esilio, di essere, anche nella loro discesa nell’esilio, a livello di “E visse Yacov”: una vita vera, secondo la Torà, in cui risalta la forza, la verità e l’eternità dei Figli d’Israele, come sarà rivelato nella Gheulà. Il fatto che Yacov Avìnu non sia morto, ci viene insegnato dalla Ghemarà, che dice: “come i suoi discendenti sono vivi, anche egli è vivo”. L’eternità di Yacov, cioè, si rivela quando i suoi discendenti seguono, nel loro comportano quotidiano, la via di Yacov. Ogni azione buona che un Ebreo compie, è un seme, che fa spuntare la Gheulà! Ed è questa la forza con la quale si esce dall’esilio.    Se così, i figli (la discendenza di Yacov), figli (delle quattro Madri, le cui iniziali formano la parola) barzèl, possono trasformare il ferro negativo, in ferro positivo.

(Riassunto dal discorso di Shabàt parashà Vayechì 5752)

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