All’improvviso… libero!

Esaltato da quell'improvvisa ricchezza, Yossi aveva perso ogni senso della realtà. Quei soldi facili erano troppo invitanti. Perché preoccuparsi? Finché un giorno la 'realtà' bussò alla sua porta, e Yossi si ritrovò dietro le sbarre con la triste prospettiva di restarvi molto a lungo...

Yossi Maòr, un uomo intelligente, occupato nel campo della sicurezza e abitante in un paese del nord d’Israele, si presentò un giorno, con la sua fidanzata, nella casa di una famiglia di emissari del Rebbe, con la richiesta di ricevere guida ed aiuto, nella loro preparazione al matrimonio. In uno dei seguenti incontri, Yossi accennò al fatto di aver studiato, nel suo passato, in una yeshivà Chabad a Los Angeles. La cosa destò stupore e curiosità. Yossi decise allora di raccontare la sua storia.

    “Molti anni fa, dopo aver terminato il servizio militare, come molti altri giovani, me ne andai in giro per il mondo. Dopo un lungo periodo, arrivai a Los Angeles, quando avevo ormai esaurito tutte le mie risorse economiche. Decisi, allora, di cercare di far soldi per vie non proprio legali. Mi dedicai al commercio, vendendo prodotti illegalmente. Mi ritrovai così, in breve tempo, ricco e completamente immerso in quel tipo di attività, senza ormai più rendermi conto della condizione in cui mi ero messo. Avevo comprato una casa di lusso in una zona residenziale, e spandevo e spendevo senza ritegno, ubriaco del mio successo. Non riuscivo a vedere il fatto, che stavo rovinando me stesso, fino a che, un giorno, uno dei miei intrighi fu scoperto dall’ F.B.I.

    Finii in carcere, con la prospettiva di rimanervi per un periodo molto lungo. Passarono alcuni mesi e si avvicinava la festa di Pèsach. La mia famiglia non era religiosa, ma questa festa l’avevamo sempre osservata, ed era importante per me, poterlo fare anche in prigione. Riuscii a contattare un mio parente e a pregarlo di farmi avere vino e pane azzimo. Le guardie, però, si rifiutarono categoricamente di lasciar passare il pacco, ed ogni tentativo di convincerle, fu inutile. Quando mancava, ormai, poco più di una settimana a Pèsach, mi ricordai di un volantino che avevo visto, appeso ad una bacheca, vicino a casa mia: ‘Se hai un problema, chiama Lubavich.’ Riuscii, in qualche modo, a procurarmi quel numero e a chiamarlo. Mi rispose un uomo, dal nome di Rav Groner. Era il segretario del Rebbe. Gli raccontai la mia storia e gli chiesi di aiutarmi a procurarmi le azzime ed il vino per la festa. Egli promise di fare del suo meglio e mi chiese il mio nome e quello di mia madre, così da poterlo riferire al Rebbe, per una benedizione.

    Una settimana passò, senza che nulla accadesse. Richiamai e mi rispose di nuovo Rav Groner. Dopo avermi riconosciuto, mi disse di non essere riuscito a farmi avere il necessario per la festa, ma che il Rebbe aveva ricevuto i miei dati e aveva dato la sua benedizione, perché io fossi liberato al più presto, persino prima di Pèsach. A sentire ciò, attaccai la cornetta, disgustato. Non sapevo se piangere o se infuriarmi. La possibilità di essere liberato nei giorni successivi, era fuori discussione, considerando i crimini da me commessi. A quel tempo, mi era ignota la grandezza del Rebbe. La mia condizione in carcere, poi, era ulteriormente peggiorata, fino al punto di esser stato relegato in isolamento, dove non ricevevo neppure cibo ed acqua in modo regolare.

    Solo un giorno più tardi, accadde qualcosa, che fino ad oggi, non riesco a spiegarmi. Il capo delle guardie venne da me e, con fare gentile, mi pregò di radunare le mie cose e di seguirlo nella sua stanza. Là, egli mi spiegò che il governo mancava di prove sufficienti per tenermi in prigione, per cui ero… libero! Egli firmò il mio rilascio e mi invitò ad andarmene. Rimasi lì a lungo, inebetito, incapace di reagire. Mi pizzicai ripetutamente, per essere certo di non stare sognando. Telefonai ad un amico, pregandolo di venirmi a prendere. Questi pensò che mi fosse dato di volta il cervello, o che stessi scherzando. Quando si convinse, ed infine mi vide, non poté nascondere il suo sbalordimento.

    Dopo qualche giorno, sentii con forza, che dovevo recarmi dal Rebbe, per ringraziarlo della sua benedizione. Mi recai a 770 la domenica, quando il Rebbe distribuiva i dollari con la sua benedizione. Quando arrivò il mio turno, nella lunga fila, e mi trovai davanti al Rebbe, fui sopraffatto dall’emozione, incapace di pronunciare una parola. Il Rebbe, allora, iniziò la conversazione, dicendo: “Fino ad ora, HaShem ha fatto delle cose per te. Che cosa sei pronto a fare tu, per Lui?” Sul posto, mi impegnai a mangiare solo cibo permesso.”

   Dopo l’incontro col Rebbe, Yossi dedicò del tempo a rafforzare il suo collegamento con l’Ebraismo. Oggi, anche se egli non è pienamente osservante, è sempre molto attento a mangiare solo cibo kashèr. Il giorno delle sue nozze, egli insistette, perché venisse letta la lettera di benedizione del Rebbe alle coppie che si sposano, come è uso in ogni matrimonio di Chabad.

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