“…È stato solo per spianare la strada al Re Moshiach!”

Aggiornato il: lug 9

"I due dichiararono di aborrire l'Ebraismo e di volersi convertire. All'inizio pensai che fosse uno scherzo, che volessero farsi beffe di me. Dopo alcuni minuti, però, dovetti rendermi conto..."

Ogni venerdì pomeriggio, centinaia di tmìmim (studenti delle yeshivòt di Chabad) si spargono per l’area metropolitana di NewYork, per occuparsi dei mivzaìm del Rebbe (campagne di diffusione delle mizvòt). Non vi è quasi strada, quartiere, o persino vicolo di Manhattan, a non essere visitato dagli studenti, che offrono la possibilità di mettere i tefillìn ai passanti Ebrei, che lo desiderino, oltre a distribuire una pubblicazione settimanale, su argomenti di Torà e di Chassidùt. Il tàmim Yossi Davush aveva disposto il suo stand nella stazione della metropolitana della Quarantaduesima Strada, a Manhattan. Erano decine, gli Ebrei che si fermavano a mettere i tefillìn, ogni settimana, o che prendevano un opuscolo. Alcuni scrivevano al Rebbe, e ricevevano consigli e risposte per mezzo dell’Igròt Kodesh (raccolta di lettere del Rebbe).

    “L’anno scorso, poche settimane prima di Pèsach,” racconta Yossi, “un Israeliano venne da me e mi si rivolse, dicendomi di trovarsi in un mare di guai. Dopo che mi ebbe raccontato la sua storia, gli proposi di scrivere al Rebbe, e gli spiegai come farlo. Egli prese, dapprima, una buona decisione, nel campo del servizio Divino, e quindi scrisse in una lettera i suoi problemi, mettendola, poi, in un volume dell’Igròt Kodesh. Il libro si aprì alla pagina 330, del volume n.18, e la risposta, che appariva, era questa: “Avvicinandosi, per il bene di tutti gli Ebrei,  la Festa di Pèsach, il Tempo della nostra Liberazione, ti mando la mia benedizione per una vera liberazione, liberazione nelle questioni materiali ed in quelle spirituali, liberazione da ogni cosa che ti è di ostacolo nel servire D-O con gioia e con letizia del cuore, e che questa libertà e questa gioia possano durare tutto l’anno.” La risposta lo sorprese. Lo vidi in preda ad una tempesta di emozioni.

     Mentre stavamo ancora parlando, si fermò allo stand un uomo, che si identificò come Ebreo ed iniziò a pormi diverse domande sulla nostra attività, in quella stazione. Ero stato colto alla sprovvista dalle sue domande, alle quali risposi, comunque, con pazienza. In quella, arrivarono altri tre Ebrei, di origine Russa, due dei quali dichiararono apertamente di aborrire l’Ebraismo e di volersi convertire. Uno di loro disse di essere interessato all’Islam, mentre l’altro preferiva il Cristianesimo. All’inizio, pensai che fosse uno scherzo, che volessero farsi beffe di me, provocandomi, per vedere le mie reazioni. Dopo alcuni minuti, però, dovetti rendermi conto, che facevano sul serio. Cominciai, allora, a spiegare loro quale cosa terribile sarebbe stata, per loro e per le loro famiglie, il convertirsi.

     Intanto, l’uomo che pochi minuti prima mi aveva inondato di domande, se ne stava silenzioso, di lato, attento ad ogni parola della nostra discussione. All’improvviso, si intromise, dicendo a quello che aveva espresso l’intenzione diventare Musulmano, che il Cristianesimo era la migliore religione. Rimasi scioccato: realizzai subito, che si trattava di un missionario. Iniziai ad attaccarlo, inveendo contro i sui tentativi di convincere  Ebrei ad abbandonare la loro religione. Egli allora perse la calma e cominciò a gridare. Gli animi si stavano scaldando, quando qualcosa di completamente imprevisto accadde. La scintilla Ebraica, che giaceva addormentata, iniziò a risvegliarsi, ed i due Ebrei Russi, che solo pochi istanti prima parlavano della loro conversione, spinsero via il missionario, gridandogli contro. Quello, allora, vistosi a mal partito, lasciò perdere e se ne andò. I tre Ebrei, ancora sconvolti, dissero che quell’esperienza aveva fatto loro realizzare, che tragedia fosse la conversione e dichiararono di rinunciare a qualsiasi progetto di questo tipo. Essi si fermarono ancora un po’, ad ascoltare cosa avessi da dire sulla piaga dell’assimilazione, dimostrandosi, ora, aperti ad accogliere le mie parole, che sembrarono fare su di loro una forte impressione. Riconobbi nei fatti accaduti, la mano della Divina Provvidenza, che aveva fatto in modo, che proprio la presenza di quel missionario, aiutasse quegli Ebrei ad aprire gli occhi ed a riconoscere quale sbaglio stavano per commettere.

    Quando, poco dopo, mi sedetti per calmarmi e riprendermi da tutte quelle emozioni, e riacquistare forze, per continuare il mio lavoro, notai il volume 18 dell’Igròt Kodesh, che era rimasto posato sul tavolo, e sentii l’impulso di prenderlo e di aprirlo. Ecco cosa vidi scritto, alla pagina 331: “Quanto meravigliose sono le parole del nostro grande maestro, il Rambam, nella parte finale della sua opera, Mishnèi Torà (‘Halachòt dei Re’, fine del capitolo undicesimo), riguardo Gesù e Maometto – che ciò “è stato solo per spianare la strada al Re Moshiach, e per correggere il mondo intero, affinché possa servire D-O nell’unità…”  Mi sentii incapace di parlare e di muovermi. Era incredibile! Sentii nel più profondo, come il Rebbe conosca e sorvegli tutto ciò che accade.

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