L’apertura del Mar Rosso costituì un ulteriore fase nella preparazione al Matàn Torà ed anche alla Redenzione futura. Come si realizzò questo miracolo? Il midràsh racconta che un Ebreo, di nome Nachshon Aminadàv, si sacrificò gettandosi in mare, gesto che portò al realizzarsi del miracolo.

La parashà Beshallàch descrive uno dei grandi miracoli vissuti dai Figli d’Israele alla loro uscita dall’Egitto: l’apertura del Mar Rosso. Fu questo un miracolo particolare, dal quale derivò l’espressione dei nostri Saggi: “Difficile come l’apertura del Mar Rosso.” L’apertura del Mar Rosso costituì un ulteriore fase nella preparazione al Matàn Torà ed anche alla Redenzione futura. Come si realizzò questo miracolo? Il midràsh racconta che un Ebreo, di nome Nachshon Aminadàv, si sacrificò gettandosi in mare, gesto che portò al realizzarsi del miracolo.


Non farsi impressionare dagli ostacoli Eppure, proprio il salto di Nachshon Aminadàv nel mare suscita una domanda: è nota l’opinione secondo la quale i Figli d’Israele, prima del Matàn Torà, fossero anche loro tenuti ad osservare i ‘Sette Precetti dei Figli di Noè’, non avendo essi ancora ricevuto i 613 precetti della Torà. Riguardo questi ‘Sette Precetti’ vi è una differenza di opinioni, sul fatto che i ‘figli di Noè’, e quindi tutta l’umanità dopo di loro, siano vincolati o no all’obbligo dell’auto-sacrificio. Secondo l’opinione che non li vede obbligati a ciò, diventerebbe loro addirittura proibito l’auto-sacrificio, in quanto questo rientrerebbe nella proibizione del versamento di sangue (uccidere), e quindi anche del versamento del proprio sangue. Nachshon sapeva però che, riguardo alla loro uscita dall’Egitto, D-O aveva detto: “Quando porterai fuori il popolo dall’Egitto, voi servirete il Signore su questo monte.” (Shemòt 3:12). Egli sapeva cioè che, uscendo dall’Egitto, essi avrebbero dovuto recarsi al Monte Sinai per ricevere la Torà, e che nulla poteva quindi frapporsi a ciò. Per questo, nessun ostacolo che si incontrasse sulla via avrebbe dovuto esser preso in considerazione, compresa qualsiasi domanda che fosse di disturbo al compimento dell’esplicita volontà Divina. Se sulla strada per il Monte Sinai si trovava il mare, questo non doveva costituire un ostacolo: bisognava saltarvi dentro ed avanzare fino al Monte Sinai, per ricevere la Torà.


Senza alcun dubbio Senza alcun dubbio secondo un midràsh, in quell’occasione Israele si divise in quattro differenti gruppi, secondo quattro differenti opinioni: chi pensava che l’unica soluzione, davanti alla situazione che li vedeva con il mare di fronte e gli Egiziani che li inseguivano alle spalle, fosse quella di tornare in Egitto; chi credeva di dover combattere contro gli Egiziani; chi pensava che l’unica possibilità fosse pregare; e solamente un piccolo gruppo pensò di saltare in mare, ma ciò solo per il grande scoraggiamento. Ora, secondo la regola halachica che lega la presa di una decisione halachica alla maggioranza, Nachshon avrebbe potuto dubitare del fatto che gli fosse permesso saltare in mare, poiché questa non era l’opinione della maggior parte del popolo. Nachshon, invece, si tenne lontano dai dubbi. Egli sapeva che D-O aveva comandato di andare al Monte Sinai per ricevere la Torà. Per arrivare a questo scopo non si adattavano le vie che portavano a tornare in Egitto o a combattere contro gli Egiziani o a pregare. Una via soltanto conduceva alla realizzazione dello scopo: avanzare dentro il Mar Rosso, cosa che avrebbe avvicinato il popolo, almeno di una passo, al Monte Sinai.


Servire D-O con auto-sacrificio La condizione e la situazione dei Figli d’Israele all’apertura del Mar Rosso fungono da insegnamento per tutte le generazioni. E questo fu il servizio del Rebbe Rayàz (il Rebbe Precedente), l’anniversario della cui scomparsa ricorre il dieci del mese di Shvàt, un servizio Divino compiuto con auto-sacrificio, via verso la quale egli indirizzò anche tutti coloro che lo seguirono. Già dall’inizio della sua leadership egli iniziò la sua opera con auto-sacrificio: egli viveva allora in Russia, nell’epoca in cui divulgare la Torà, i suoi precetti e la Chassidùt erano considerate azioni anti-governative, contro natura, e per lo svolgimento delle quali era necessario auto-sacrificio, fino a mettere in pericolo di fatto la propria vita. Questo stesso atteggiamento egli lo richiese anche ai suoi chassidìm. Anche se, nel codice di leggi Ebraiche, non si trova una norma che permetta di pretendere dagli altri l’auto-sacrificio, ciò si riferisce al caso in cui non vi sia la sensazione di una missione particolare ricevuta dall’Alto. Diversa è invece la cosa quando si verifichi il caso in cui “La Shechinà (la presenza Divina) parli dalla sua gola”. Questa fu la missione ed il servizio del Rebbe Rayàz. E quando si agisce e si serve D-O con auto-sacrificio, e cioè con totale devozione, si meriterà allora di poter accogliere subito il nostro Giusto Moshiach.

(Da un discorso del 10 Shvàt 5716)

#Beshallàch

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Ognuno ha il proprio particolare compito spirituale nella vita. Ritardando e indugiando, la persona può facilmente perdere l’occasione di portare a termine ciò che doveva compiere in questo mondo.

'Bati leGanì'

Nel 5710 / 1950, il Rebbe precedente di Lubavich, Yosef Yizchak Shneersohn, scrisse e distribuì un discorso, in onore del giorno dell’anniversario della dipartita della Rabanìt Rivka, sua nonna paterna, che cadeva il 10 di Shvàt. La Divina Provvidenza fece sì che quella stessa data segnasse anche la dipartita del Rebbe stesso, che decedette in quello stesso anno e in quello stesso giorno. Questo discorso, intitolato 'Bati le Ganì' (“Io sono venuto nel Mio giardino”, da un verso del Cantico dei Cantici), venne considerato come l’ultima direttiva di lavoro lasciataci da Rabbi Yosef Yizchak Schneersohn e anche la somma di tutta la sua opera. Quando, un anno dopo, il Rebbe Menachem Mendel Schneersohn, genero del Rebbe precedente, gli successe ufficialmente come Rebbe di Lubavich, il suo discorso inaugurale fu proprio quello stesso discorso, 'Bati leGanì', che comprendeva in sé la piattaforma di tutto il lavoro necessario, allo scopo di portare la Redenzione. Da allora, ogni anno, il Rebbe ripropose quel discorso, sempre con l’aggiunta di nuovi approfondimenti.


Due direzioni di lavoro L’inizio e il termine del discorso indicano due direzioni importanti per il nostro servizio Divino. 1) Diffondere la Torà e i suoi precetti, compresa la parte più interiore e nascosta della Torà, la Chassidùt, in ogni luogo, persino là dove, apparentemente, non sembrerebbe esserci alcun ‘terreno’ pronto ad accoglierla. 2) Compiere questo lavoro di diffusione con la massima alacrità. A proposito del verso del Canto dei Cantici con cui inizia il discorso, il midràsh osserva che non è detto, riferito al Santo, benedetto Egli sia, ‘Io sono venuto nel giardino’, ma ‘nel Mio giardino’, con un significato che implica ‘la Mia stanza nuziale’, il luogo in cui la Mia essenza in origine era rivelata. All’inizio, infatti, la Presenza Divina era rivelata in questo mondo inferiore. Alla conclusione del discorso, il Rebbe cita il midràsh: “Non è dato all’uomo dire (all’Angelo della Morte): ‘Aspetta fino a quando non avrò saldato i miei conti e sistemato la mia famiglia…’”. Perciò, non si devono rimandare i propri sforzi e fatiche spirituali, poiché “chi sa quando verrà il suo tempo?” Il nostro impegno deve essere svolto quindi ovunque e alacremente.


Il mondo è una dimora per D-O Quando uno medita sullo stato delle cose nel mondo, realizza che, fin quasi già dal suo inizio, esso è pieno di impurità e la sua materialità si oppone al Divino. È facile allora pensare che sia impossibile per noi trasformare un simile mondo, rivelando in esso la santità e il Divino. Per questo il Rebbe spiega, all’inizio del suo discorso, che la grossolanità che pervade questo mondo non costituisce la sua vera essenza, ma un aspetto che si aggiunse al mondo, con il peccato dell’Albero della Conoscenza. Nella sua essenza, invece, questo mondo possiede qualità che non è possibile trovare neppure nei mondi spirituali più elevati, poiché “l’Essenza della Presenza Divina si rivelò in questo mondo inferiore.” Uno può tuttavia ancora sostenere che all’inizio le cose, è vero, erano diverse, ma ora il mondo è pieno di male e "i malvagi prevalgono in esso" (Tanya, cap. 6). Nel suo discorso, il Rebbe risponde a ciò, spiegando che il fine ultimo della Creazione è il desiderio di D-O di avere una dimora nei mondi inferiori. Dato che questo scopo arriverà di sicuro alla sua realizzazione e il mondo si trasformerà in una dimora per D-O (nel Tempo a Venire), questo indesiderato stato presente delle cose è solo temporaneo; in realtà, non si è verificato alcun vero cambiamento nel mondo e, per quel che riguarda la sua essenza, esso è anche ora una “dimora per D-O”.


È necessario il lavoro di ciascuno Questa rivelazione, nel Tempo a Venire, sarà tale che “Il mondo sarà pieno della conoscenza di D-O” (Isaia 11: 9), e “ogni essere creato saprà che Tu lo hai creato”; ma ciò è già vero anche oggi (in senso interiore) riguardo ad ogni aspetto del mondo, anche lì dove, superficialmente, ciò che si percepisce sembra opporsi al Divino. Per questo, noi dobbiamo diffondere l’Ebraismo in ogni luogo, così da rivelare il bene e la santità che si trovano intrinsecamente in ogni luogo. L’istinto del male, tuttavia, che è un ‘maestro nel suo commercio’, tenta allora un’altra strategia, e dice: ‘dal momento che il mondo, interiormente, è ‘bene’ anche oggi, e che alla fine si arriverà anche alla rivelazione della sua bontà, sia ciò per opera di un Ebreo o di un altro, che bisogno c’è che proprio tu ti impegni con tanta alacrità; cosa succederà mai se procrastini per un po’?’ Perciò il Rebbe spiega, alla fine del discorso, che ognuno ha il proprio particolare compito spirituale nella vita, e “chi sa quando verrà il suo tempo?” Ogni aspetto fisico di questo mondo ha un tempo prestabilito e una persona designata per il perfezionamento spirituale di quel determinato aspetto; ritardando e indugiando, la persona può facilmente perdere l’occasione di portare a termine ciò che doveva compiere in questo mondo. Bisogna quindi svolgere i propri compiti spirituali con alacrità: non perdere neppure un istante nell’opera di diffusione della Torà e dei suoi precetti e delle sorgenti della Chassidùt. Tutto ciò deve essere fatto anche con grande gioia, poiché ciò affretta l’imminente arrivo di Moshiach, quando D-O tornerà di nuovo, manifestamente, nella Sua “stanza nuziale”. (Da Likutèi Sichòt, vol. 6, pag. 81 – 85)

#BatileGanì #10Shvàt #giardino

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Il miracolo ci porta alla consapevolezza della sovranità Divina che regna su tutto, e sarà proprio questo riconoscimento a permetterle di rivelarsi agli occhi di tutti nella Gheulà vera e completa.

La Cantica del Mare Nella parashà Beshallàch vengono descritti diversi miracoli, che accompagnarono gli Ebrei nella loro uscita dall’Egitto. Fra di essi: il passaggio del mar Rosso, la manna e la sconfitta di Amalèk. La Torà ci chiede di ricordare questi miracoli sia durante la nostra preghiera, sia con la dose di manna che fu comandata di conservare come ricordo per le generazioni future, sia col precetto che impone di ricordare Amalèk. Il motivo di ciò è l’insegnamento eternamente valido, che questi miracoli contengono. Il significato della loro importanza ed il legame che li accomuna può essere spiegato nel contesto della cantica di lode e di ringraziamento che il popolo d’Israele elevò a D-O, dopo l’apertura ed il passaggio del Mar Rosso. In questa cantica vengono ricordati anche gli Egiziani e la loro fine. Il motivo per cui anch’essi vengono menzionati, e l’accento non è posto solo sugli Ebrei, è che la grandezza di D-O non va lodata solo in relazione ai regni spirituali, o al Suo amore per il popolo d’Israele. Questa cantica ha lo scopo di lodare la forza e la grandezza di D-O in questo mondo materiale e di riconoscere il Suo legame con gli Ebrei, in quanto nazione che si trova in mezzo ad una moltitudine di popoli nemici, e che D-O protegge e per la quale opera miracoli. Ed è così che la cantica arriva ad esprimere, nella sua parte finale, la verità e lo scopo che dovevano rivelarsi: la manifestazione della regalità Divina nel mondo: “D-O regnerà per sempre”. Con l’apertura del Mar Rosso, il potere Divino che si nasconde nella creazione si rivelò apertamente, permettendo di vedere il Divino in ogni cosa. La recitazione di questa cantica, che gli Ebrei elevarono a D-O, portò al riconoscimento della sovranità di D-O nel mondo.


La sovranità Divina riguarda tutto Per arrivare ad una simile rivelazione della sovranità Divina nel mondo in generale, una persona deve prima interiorizzare la consapevolezza di questa sovranità Divina nella propria coscienza. Egli deve realizzare che il Regno di D-O abbraccia la totalità della sua esistenza, anche nei suoi aspetti più materiali e mondani. Questo è il messaggio della ‘manna’: che la propria sussistenza deriva direttamente da D-O, e da D-O soltanto. Anche quando l’Ebreo deve lavorare per guadagnarsi il pane ed il suo guadagno gli arriva tramite altri intermediari, il suo sostentamento viene da D-O. L’Ebreo è, essenzialmente, al di sopra dei limiti naturali del mondo. Anche quando egli vi scende, coinvolgendosi nelle cose pratiche e nelle relazioni coi gentili che lo circondano, egli rimane tuttavia, nella sua essenza, al di sopra della natura ed il suo sostentamento gli proviene dalla “manna dal cielo”. Questa consapevolezza interiore della sovranità di D-O permette ad essa di esprimersi anche nel mondo in generale. Qui, però, sorgono degli impedimenti che vengono ad ostacolare la rivelazione di questa sovranità e per annullare questi impedimenti e permettere la completa rivelazione della sovranità Divina nel mondo, si rende necessaria una lotta. Ed è questo il significato della guerra contro Amalèk. A livello personale dell’individuo, la qualità di Amalèk è rappresentata dalla freddezza nel nostro servizio Divino e dal dubbio che si insinua nella mente e raffredda il nostro entusiasmo per i miracoli che accompagnano la nostra uscita personale dall’Egitto. Ciò indebolisce in noi la capacità di percepire la provvidenza con la quale D-O regola la nostra vita. Per questo Amalèk deve essere annientato, affinché la sovranità Divina sia rivelata.


Il significato dell’idolatria Quando Itrò, suocero di Moshè e sacerdote idolatra, raggiunse gli Ebrei nel deserto, è detto che egli vi arrivò dopo aver sentito dei miracoli che avevano accompagnato la loro uscita dall’Egitto. Si pongono qui molte domande. Perché proprio questi miracoli convinsero Itrò a venire e a dichiarare che: “L’Eterno è più grande di tutte le divinità”? Come, poi, chiamare D-O ‘più grande di altre divinità’ può essere considerato una lode? Perché la Torà, che in genere si astiene dall’utilizzare termini negativi, in questo caso menziona l’idolatria di Itrò, e cioè un lato così negativo della sua vita? Per comprendere ciò, ci viene in aiuto la spiegazione che il Rambam dà dell’idolatria. Il Rambam dice che, all’inizio, gli adoratori degli idoli, concepivano le loro divinità come degli intermediari. Essi capivano che D-O era la Fonte Prima, dalla quale tutto deriva, ma pensavano che, essendo Egli troppo elevato, non si addicesse a Lui occuparsi di cose basse e materiali, per cui esse dovettero essere affidate alla cura del sole, della luna e di altri intermediari. Il loro errore fu quello di ascrivere una volontà ed un potere indipendenti a questi intermediari, ritenendoli in grado di esercitare un controllo sulla nostra vita, quando invece essi non sono che “un’accetta in mano allo spaccapietre”, e cioè un qualcosa di inanimato, privo di volontà propria e di potere decisivo, e controllato unicamente da D-O. Rinnegare l’idolatria, quindi, non vuol dire solo smettere di credere agli idoli, ma anche a tutti gli intermediari, riconoscendo che il nostro destino e tutti i particolari della nostra vita quotidiana sono controllati unicamente da D-O. Per questo, quando Itrò sentì dei miracoli dell’apertura del Mar Rosso, della manna e della sconfitta di Amalèk, egli arrivò a riconoscere che la sovranità Divina è manifesta in ogni elemento dell’esistenza, anche nelle nostre realtà più materiali e mondane. Egli comprese la vera natura di tutte quelle forze che sembrano avere un potere in questo mondo: che esse sono, cioè, solo “un’accetta in mano allo spaccapietre”. Per questo, egli rinunciò all’idolatria. L’Ebreo deve agire nel mondo, usando tutti i mezzi che la natura mette a sua disposizione, mentre, allo stesso tempo, le sue azioni devono essere infuse della fede in D-O e della certezza che Egli provvederà a lui con bontà ed abbondanza. (Shabàt parashà Beshallàch, 11 Shvàt 5751)

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