HaYomYom: Martedì, 6 Nissàn 5780

Domenica                                                  6 Nissàn                                                5703 L’esperienza ha dimostrato che, con meno speculazioni, e con un lavoro dotato di ordine e fermezza, secondo la “gradevolezza” della Torà, “mano destra (che) avvicina e sinistra (che)respinge”, si è certi di arrivare a dei risultati, soprattutto in materie concernenti i fondamenti della nostra religione.

La gioia di servire D-O

Ogni precetto ci unisce a D-O All’infuori del Tempio, la Presenza Divina non è apertamente rivelata. Per questo, noi non abbiamo la stessa ispirazione nel nostro servizio Divino. Ma ciò è solo per il fatto che siamo inconsapevoli della sua Presenza. Dalla Sua prospettiva, il nostro servizio è amato ed apprezzato sia che noi siamo consapevoli della potenza degli effetti spirituali da esso prodotto, sia che non lo siamo. E ciò è così, a prescindere dal tipo di servizio che ci è richiesto. Il Rebbe Rashab (il quinto Rebbe di Chabad) diceva: “Se anche D-O ci avesse comandato di tagliare legna – un’attività cioè che non sembra avere alcun contenuto spirituale – noi lo faremmo con gioia.” Il Baal

Non restare mai senza fuoco

Una condizione indispensabile Nel Talmùd Yerushàlmi è detto: “Sempre – persino di Shabàt; sempre – persino in caso di impurità”. Anche questa halachà, nelle sue due parti, ci fornisce un insegnamento riguardo al fuoco d’amore per D-O, che deve ardere dentro di noi. L’essenza dello Shabàt è il distacco dalle cose di tutti i giorni. In questo giorno, la persona si occupa delle cose dello spirito, delle cose Divine e di conseguenza è completamente staccata dalle cose di tutti i giorni. In questa condizione, essa potrebbe pensare di non aver bisogno di porre entusiasmo nel suo servizio Divino, essendo già immerso in cose elevate e spirituali. Proprio a questo proposito la Ghemarà viene a dirci:

HaYomYom: Lunedì, 5 Nissàn 5780

Sabato                                                     5 Nissàn                                                  5703 Nella Benedizione del Pasto, in Rezèi, dì baal hayeshuòt (“b”nella prima parola) u’vaal hanechamòt (“v” nella seconda parola). Mio nonno commentò il detto: “Non è il posto ad onorare l’uomo; è piuttosto l’uomo, ad onorare il proprio posto.” Il termine kavòd, ‘onore’ ha due implicazioni. Una è kavèd, ‘fegato’, come dice la Torà: “Il cuore del Faraone è kavèd (‘pesante’)”, ed i Saggi commentano: “Il suo cuore divenne come il fegato,” (freddo, insensibile). L’altro significato è kavòd, ‘onore’, nel senso della rivelazione di una luce superiore, che avvolge. “Non è il posto a

Matzà sorvegliata, fatta a mano

Per osservare la mizvà, che caratterizza la Festa di Pèsach, di mangiare il pane azzimo, ci troviamo, oggi, davanti alla scelta fra due tipi di matzà: quella industriale, fatta a macchina, e quella artigianale, fatta a mano. Diverse sono le opinioni riguardo al primo tipo. Ai primi tempi di questa innovazione, il dubbio sulla sua kasherùt era più fondato (il dubbio, cioè, che essa fosse più facilmente soggetta alla possibilità di lievitare, divenendo, così, inadatta alla mizvà di Pèsach). Oggi, invece, è perfettamente possibile trovare matzòt ‘industriali’, che siano state sorvegliate al punto da garantirne la kasherùt. Nonostante ciò, il Rebbe si oppone fortemente al loro uso, tanto che, al

Creare un legame

La realtà spirituale è al di sopra dell’uomo Fin dall’inizio l’uomo è stato consapevole dell’esistenza di una realtà spirituale, che va al di là di quella materiale, che si presenta ai suoi occhi. Questa stessa consapevolezza, però, è fonte di confusione. La realtà spirituale, infatti, per definizione, è al di sopra dell’uomo, ad un livello che trascende la sua facoltà di comprensione. Il nostro mondo è di natura materiale e le nostre facoltà percettive sono programmate in funzione di un tale sistema. La realtà spirituale che noi sappiamo esistere, si trova su di un piano superiore a quello della nostra comprensione. Vi sono esperienze ‘mistiche’ nelle varie religioni che cercano di risolver

HaYomYom: Domenica, 4 Nissàn 5780

Venerdì                                                  4 Nissàn                                                   5703 Il servizio dell’uomo d’affari si divide in due categorie principali: 1)      Il servizio con se stesso: Mentre è occupato nei suoi affari, durante un momento libero, nel suo negozio o altro luogo di lavoro, egli deve studiare una Mishnà o due, o un capitolo di Tanya. Deve imparare a memoria qualche parte di Torà, come: Pentateuco, Mishnà, Salmi, Tanya, così da essere in grado di ripeterle, mentre si trova al mercato, in strada o in qualsiasi altro luogo. 2)      Il servizio con l’altro: Mentre discute di affari, deve volgere la conversazione, in modo da introdurre il ra

HaYomYom: Venerdì, 2 Nissàn 5780

Mercoledì                                             2 Nissàn                                                     5703 Anniversario della scomparsa di mio padre, il Rebbe (R. Shalom Dovber), che avvenne Sabato notte, il 2 di Nissàn, a Rostov, dove fu sepolto. Egli pronunciò il suo primo maamàr in pubblico, dopo la scomparsa di suo padre (il Rebbe Maharàsh), nel secondo giorno di Mezza Festa di Succòt, nel 5643 (1882), ed esso iniziava così: “Kèter itnù lechà, ecc.” L’ultimo maamàr, in pubblico, della sua vita, venne pronunciato durante il banchetto di Purim, nel 5680, ed il suo inizio è: “Reishit goìm Amalèk…kèz sam lachòshech“.

HaYomYom: Sabato, 3 Nissàn 5780

Giovedì                                                 3 Nissàn                                                     5703 Fra le sessioni regolari di studio di mio padre: una parashà del Pentateuco, con Rashi, ogni giorno; la recitazione del Tanàch a memoria – un capitolo di Torà, uno di Profeti ed uno di Agiografi; un capitolo di Mishnaiòt; una regolare sessione di studio profondo della Ghemarà – due pagine alla settimana, più un’altra di studio rapido della Ghemarà – tre pagine al giorno; una sessione di studio del Talmùd Yerushàlmi; uno studio regolare dei Poskìm, ma non quotidiano. Nel corso dell’anno, egli era solito concludere l’intero Midràsh Raba, “prendendo a prestito” dalle sidròt

Nissàn, il mese dei miracoli

La Torà descrive il mese di Nissàn come: “Il capo dei mesi, il primo mese dell’anno.” Da ciò si comprende, che questo particolare mese contiene degli insegnamenti unici e fondamentali per il servizio Divino di ciascun Ebreo, per quel che riguarda l’intero corso dell’anno. Il nome stesso, Nissàn, costituisce di per sè un insegnamento di base. I nostri Saggi spiegano, che una parola che comprende due ‘nun’ (le ‘enne’ di Nissàn) indica che “miracoli prodigiosi (‘nissèi nissìm’) verranno compiuti”. Ciò si accorda con la natura di Nissàn, mese in cui HaShem ha redento il Popolo d’Israele dall’Egitto, con miracoli e prodigi, per cui il mese stesso viene designato come “il mese della redenzione”. L

HaYomYom: Sabato, 1 Nissàn 5779

Domenica                                    30 Adàr1, Capo Mese                                        5703 Mio padre disse: “Un chassìd crea un ambiente. Se non lo fa, è meglio che controlli attentamente il proprio “bagaglio”, per vedere se presso di lui, tutto è a posto. Il fatto stesso di non riuscire a creare un ambiente, dovrebbe farlo sentire a pezzi. Egli dovrebbe chiedere a se stesso: “Cosa sono qui a fare, in questo mondo?” __ . __ Martedì                                        1 Nissàn, Capo Mese                                        5703 Non si recita tachanùn per tutto il mese. Dopo aver detto il nassì (descrizione delle offerte portate dai Principi di ogni tribù, durante i dodi

L’amore per ogni Ebreo

Vicinanza a D-O L’amore unico che D-O mostra verso il Suo popolo è riflesso nei versi che aprono la parashà Vaikrà: “Ed (Egli) chiamò Moshè, e D-O gli parlò”. Prima di parlare a Moshè, D-O lo chiamò, mostrandogli un atto di affetto unico. D-O non chiamò Moshè per impartire informazioni; lo chiamò per esprimere l’amore fondamentale che Egli condivide col nostro popolo (questa chiamata infatti è rivolta a Moshè in quanto leader di tutto il popolo). La natura Divina che noi possediamo dentro di noi ci “chiama” costantemente, cercando di esprimersi. Ciò è riflesso nel tema della parashà, le offerte sacrificali. Il termine ebraico per sacrificio, korbàn, ha la stessa radice della parola karòv, “

“Un sacrilegio nei confronti dell’Eterno”

Vaikrà (b) “Qualora una persona pecchi e commetta un sacrilegio nei confronti dell’Eterno, mentendo al suo prossimo a proposito di un deposito…” la Torà prescrive la sentenza contro l’uomo che ha ricevuto un deposito dal proprio compagno e, quando arriva il momento di restituire il pegno, nega la cosa dicendo di non aver mai ricevuto quell’oggetto in pegno, che quell’oggetto non si trova presso di lui o che esso gli appartiene! Questo è un peccato che viene definito dalla Torà come “sacrilegio nei confronti dell’Eterno”. La maggior parte dei prestiti vengono effettuati alla presenza di testimoni e tramite la firma di un accordo. Quando un uomo presta del denaro ad un altro, essi scrivono un

HaYomYom: Mercoledì, 29 Adàr 5780

Sabato                                                          29 Adàr 1                                           5703 Haftarà: Vaychròt Y’hoyadà… Aggiungi il primo e l’ultimo verso dell’haftarà di Machàr HaChòdesh. Benedici il Capo Mese Adàr 2; recita l’intero libro dei Salmi la mattina presto. Giorno di Farbrenghen. Come risposta al ‘le chaim‘ vi sono due versioni: (a)   Le chaim tovim uleshalom, “per una vita buona e per la pace”. La ragione per questa benedizione è che la prima volta, che il bere del vino viene menzionato nella Torà, vi furono risultati indesiderabili. “Noach iniziò ecc.”; anche l’Albero della Conoscenza fu una vite. Per questo la nostra benedizione è perché questo vi

L’amore per ogni Ebreo

Vicinanza a D-O L’amore unico che D-O mostra verso il Suo popolo è riflesso nei versi che aprono la parashà Vaikrà: “Ed (Egli) chiamò Moshè, e D-O gli parlò”. Prima di parlare a Moshè, D-O lo chiamò, mostrandogli un atto di affetto unico. D-O non chiamò Moshè per impartire informazioni; lo chiamò per esprimere l’amore fondamentale che Egli condivide col nostro popolo (questa chiamata infatti è rivolta a Moshè in quanto leader di tutto il popolo). La natura Divina che noi possediamo dentro di noi ci “chiama” costantemente, cercando di esprimersi. Ciò è riflesso nel tema della parashà, le offerte sacrificali. Il termine ebraico per sacrificio, korbàn, ha la stessa radice della parola karòv, “

HaYomYom: Martedì, 28 Adàr 5780

Venerdì                                                       28 Adàr 1                                            5703 Nello Shemà prima di andare a letto: Di Shabàt e nelle Feste noi non diciamo Ribonò shel olàm o lamenazèach. Lo diciamo, però, in altri giorni in cui non viene detto tachanùn. Dopo i tre paragrafi dello Shemà, aggiungi la parola “emèt”. Ya’alzù è detto una volta. Hinè e yevarechechà vanno detti tre volte. Nel tikùn chazòt non dire lamenazèach…bevò nei giorni in cui si omette la recita del tachanùn. ___ . ___ Domenica                                            28 Adàr 2                                                    5703 Noi recitiamo  l’Harachamàn del Brìt Milà. (Da un

HaYomYom: Lunedì, 27 Adàr 5780

Giovedì                                                       27 Adàr 1                                            5703 Mio padre disse: “La verità è la via di mezzo. Un’inclinazione verso destra, l’essere, cioè, troppo severi con se stessi, trovando mancanze o peccati non secondo il vero, o un’inclinazione verso sinistra, l’essere, cioè, troppo indulgenti, coprendo le proprie mancanze o permettendosi delle facilitazioni nel servizio, mossi dall’amore per se stessi – entrambe queste strade sono sbagliate. ___ . ___ Sabato                                   27 Adàr 2, Parashat HaChodesh                            5703 Benedici il Capo Mese Nissàn; recita l’intero libro dei Salmi la mattina pre

Il terzo Socio in ogni affare

Un sacrilegio verso D-O Rabbi Akiva spiega la gravità del negare a proposito di un deposito in questo modo (e questo è ciò che è riportato da Rashi nel suo commento alla Torà): in tutto ciò che riguarda la contrattazione fra l’uomo ed il suo prossimo, le parti si appoggiano a dei testimoni o ad un contratto che essi stipulano e firmano. Al contrario, “chi affida a qualcuno un deposito, e non vuole che anima ne venga a sapere, all’infuori del ‘Terzo fra di loro’, quando egli nega, nega il ‘Terzo fra di loro’”. Per spiegare: in tema di depositi, non di rado accade che chi affida un deposito non voglia che qualcun altro venga a sapere dove si trovino i suoi possedimenti. Per questo egli, nel m

Una piccola azione, che influenza tutta la giornata

Con cuore puro Il korbàn tamìd non era un sacrificio dispendioso. Esso era composto da una pecora, da un po’ d’olio, farina e sale. L’obbligo di sacrificarlo non incombeva su ogni Ebreo separatamente, ma veniva piuttosto raccolto un contributo annuale, quasi simbolico, da ciascuno, e questo denaro serviva all’acquisto del korbàn tamìd per tutto l’anno; eppure, questo sacrificio portava la benedizione Divina per un anno buono e di successo a ciascun Ebreo. Il korbàn tamìd, che esprime l’ordine del giorno quotidiano del servizio, ci fornisce quindi questo insegnamento: all’uomo non è richiesto di offrire al Tempio tutto quello che possiede, senza lasciare nulla a se stesso; da lui si richiede

HaYomYom: Domenica, 26 Adàr 5780

Mercoledì                                                  26 Adàr 1                                             5703 L’approccio al loro servizio, nella vigna del Signore Zevaòth, dei giovani che studiano la Torà, deve avvalersi di tre strumenti – amore per D-O, amore per la Torà e amore per Israele – così da poter avvicinare i cuori dei loro fratelli all’osservanza pratica delle mizvòt ed allo stabilire tempi fissi per lo studio della Torà. Essi devono fare ciò, senza prestare alcuna attenzione al ‘malanno’ delle fazioni. La verità assoluta è che il cuore di Israele è una fonte, sorgente di acqua viva, e vi è un patto, che garantisce che lo sforzo di diffusione non rimarrà mai privo di fru

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